Trivelle e arbitrati, l’Italia non paga più se la causa coinvolge paesi UE

In questi giorni vediamo le compagnie dell’oil&gas minacciare arbitrati internazionali contro l’Italia per l’emendamento al Dl Semplificazioni che sospenderebbe per 18 mesi le ricerche. Il caso Rockhopper, tramite cui l’impresa britannica chiede 350 milioni di dollari di risarcimento in opache sedi arbitrali al nostro paese per averle vietato di trivellare entro le 12 miglia dalle coste abruzzesi, viene citato come simbolo da emulare. La Rockhopper stessa si mostra baldanzosa e fiduciosa di recuperare l’investimento che lo stato – anche se per ragioni ambientali – le ha fatto perdere.
Ma dal 15 gennaio scorso sono cambiate le cose, e nessun investitore con sede nell’Unione europea può più fare causa a un altro stato membro utilizzando la clausola arbitrale contenuta nei trattati commerciali e sugli investimenti.
Cosa è successo in quella data? Lo racconta un documento siglato da 15 stati europei, tra cui l’Italia con il suo ambasciatore Maurizio Massari. I firmatari richiamano la sentenza della Corte di Giustizia dell’UE sul caso Achmea (6 marzo 2018), secondo cui l’arbitrato internazionale tra stati membri dell’UE è incompatibile con il diritto dell’Unione. Prendendo le mosse da quella sentenza, dichiarano che “tutti gli accordi internazionali conclusi dall’Unione, compreso il Trattato sulla Carta dell’energia, sono parte integrante dell’ordinamento giuridico dell’UE e devono pertanto essere compatibili con il Trattati”. In questo quadro, la clausola contenuta in tutti gli accordi bilaterali intraeuropei e nella Carta dell’energia viene definita “incompatibile con i Trattati e quindi dovrebbe essere disapplicata”.
Una simile presa di posizione metterà fine a circa 200 accordi commerciali tra paesi membri dell’UE ed eviterà le compensazioni agli investitori di quei paesi decise in sede di arbitrato internazionale.

“Con la presente dichiarazione – recita il testo del documento – gli Stati membri informano i tribunali di arbitrato sulle conseguenze giuridiche del caso Achmea, come esposto nella presente dichiarazione, in tutti i procedimenti di arbitrato intra-UE in corso presentati ai sensi di accordi bilaterali sugli investimenti tra Stati membri o nell’ambito della Carta dell’energia”. 
E proseguono invitando ai tribunali arbitrali a “mettere da parte questi premi o non farli rispettare data la mancanza di una valida motivazione”. In parole povere, l’Italia annuncia che non pagherà un centesimo alla Rockhopper, né a tutti gli altri investitori con sede negli stati membri che le hanno intentato cause arbitrali.

“Resta la contraddizione di tutti gli altri trattati commerciali, come il CETA o l’accordo UE-Singapore, in votazione al Parlamento europeo il prossimo 12 febbraio – spiega Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP/CETA – Per noi la compatibilità con il diritto dell’Unione è un fatto importante, ma siamo contrari a questi oscuri tribunali privati per molte altre ragioni. Per questo chiediamo con una petizione europea che il Parlamento bocci subito il CETA e che le clausole arbitrali vengano cancellate da tutti i trattati sul commercio e gli investimenti”.

Non è la prima volta che le multinazionali dell’oil&gas minacciano gli stati sventolando l’arma dell’arbitrato internazionale. Tra i diversi casi ricordiamo quello del Canada, con la moratoria sul fracking del 2011 contestata dalla statunitense Lone Pine Resources, che ha chiesto circa 120 milioni di dollari in compensazioni allo Stato ospitante per aver voluto proteggere le acque del fiume San Lorenzo da una potenziale contaminazione. Anche quella volta l’impresa ha utilizzato una clausola ISDS (Investor to State Dispute Settlement) contenuta nel NAFTA, il trattato sul commercio e gli investimenti tra USA, Canada e Messico. Queste clausole oscure consentono alle corporation di trascinare un governo sul banco degli imputati di un tribunale privato sovranazionale esposto a forti conflitti di interessi, chiedendo risarcimenti virtualmente illimitati per gli eventuali effetti negativi delle politiche pubbliche sui loro profitti. I tribunali ISDS sono presieduti da tre avvocati commerciali, che nei loro giudizi si basano solo sul diritto commerciale, tralasciando altre fonti del diritto internazionale, qualunque riferimento ai diritti umani, del lavoro o dell’ambiente. Dunque non è raro che da questi arbitrati lo stato esca con le ossa rotte e le tasche vuote. Come dimostra il rapporto “Diritti per le persone, regole per le multinazionali“, in tutto il mondo i governi hanno già dovuto sborsare 84 miliardi di dollari alle imprese in sede arbitrale. Il sistema è talmente lucroso che molti fondi finanziari hanno iniziato a pagare le spese legali delle aziende in cambio di una quota del premio finale. Nel 2020 gli analisti stimano un giro di “scommesse” da parte di soggetti finanziari sugli arbitrati da 2 miliardi di dollari.

Ma qualcosa si muove. In Europa centinaia di organizzazioni della società civile stanno promuovendo una petizione per mettere fine ai privilegi delle multinazionali e per l’istituzione di un trattato delle Nazioni Unite che vincoli le corporation al rispetto dei diritti umani e dell’ambiente. In pochissimi giorni sono state superate le 300 mila firme. L’ISDS deve essere cancellato in tutti i trattati commerciali e sugli investimenti, e i piani dell’UE di estenderlo e consolidarlo creando una corte permanente di arbitrato internazionale devono essere stracciati.

“Viste le conclusioni della Corte di Giustizia e la presa di posizione dei 15 paesi membri contro gli arbitrati – dichiara Enzo Di Salvatore, professore di diritto costituzionale ed estensore dei quesiti del referendum contro le trivellazioni in mare – l’Avvocatura dello stato ora faccia quello che tutti si aspettano da lei, e chieda la chiusura della assurda causa intentata dalla Rockhopper”.

Francesco Masi, portavoce del Coordinamento nazionale No Triv conclude: “Lo stop agli arbitrati è un punto dirimente della battaglia per i beni comuni e contro l’ingerenza delle imprese private, che porteremo in piazza il prossimo 23 marzo a Roma nella manifestazione per il clima e contro le grandi opere imposte e a forte impatto”.

Diritti per le persone, regole per le multinazionali: al via la Campagna europea

Al via, in sedici Paesi europei, la campagna internazionale “Stop ISDS – Diritti per le persone, regole per le multinazionali” che chiede lo stralcio delle clausole arbitrali da tutti gli accordi commerciali e di investimento in vigore e in fase di trattativa e invita gli Stati membri ad approvare un trattato vincolante delle Nazioni Unite sulle multinazionali e i diritti umani.

Da Davos, in Svizzera, in occasione del World Economic Forum le reti sociali stanno lanciando la petizione indirizzata a Commissione Europea e Paesi membri per chiedere un cambio di rotta radicale sulle questioni commerciali. Per sostenere l’iniziativa, clicca qui, firma anche tu e diffondi la pagina ai tuoi contatti.

Secondo il nuovo Rapporto “Diritti per le persone, regole per le multinazionali:” scaricabile a questo link https://bit.ly/2AXal9d, redatto da Francesco Panié e Alberto Zoratti, si dimostra che dalle 195 cause concluse negli ultimi trent’anni in tutto il mondo, gli Stati hanno dovuto pagare 84,4 miliardi di dollari alle imprese private a seguito di sentenze sfavorevoli (67,5 miliardi) o costosi patteggiamenti (16,9 miliardi). Una cifra parziale, visto che alcune cause sono segrete e altre ancora pendenti. Soldi sottratti a politiche sociali, ambientali, salariali.

Meccanismi e dispositivi legali che stanno alla base di una globalizzazione ingiusta: a vantaggio delle imprese, ma troppe volte a discapito dei diritti del persone e dell’ambiente. Per questo è venuto il momento di cambiare rotta.



Ecco chi ha votato sì al JEFTA

La lista degli eurodeputati italiani che hanno deciso di ratificare l'accordo tossico UE-Giappone

Questa è la lista degli eurodeputati italiani che hanno deciso di ratificare l’accordo tossico Ue-Giappone (JEFTA), contro l’interesse pubblico e le richieste della società civile. Sotto, l’elenco di chi invece ha deciso di opporsi. A questo link la posizione della Campagna Stop TTIP Italia. Non c’è bisogno di ulteriori commenti.

Favorevoli al JEFTA

  • EFDD: Adinolfi (M5S), Agea (M5S), Aiuto, Beghin (M5S), Castaldo
  • (M5S), Corrao (M5S), D’Amato (M5S), D’Ornano (M5S), Evi (M5S), Pedicini (M5S), Tamburrano (M5S), Valli, Zullo (M5S) 
  • ENF: Bizzotto (Lega), Borghezio (Lega), Ciocca (Lega), Scottà (Lega), Zanni (Lega)
  • ECR: Fitto (CoR), Maullu (FdI), Sernagiotto (CoR)
  • NI: Borrelli 
  • PPE: Cicu (FI), Gardini (FI), Leontini (FI), Matera (FI), Martusciello (FI), La Via (Ncd-Udc), Salini (Ncd-Udc), Dorfmann (Stv)
  • S&D: Bonafè (PD), Bresso (PD), Caputo (PD), Chinnici (PD), Costa (PD), Cozzolino (PD), Danti (PD), De Castro (PD), De Monte (PD), Ferrandino (PD), Gentile (PD), Giuffrida (PD), Gualtieri (PD), Mosca (PD), Picierno (PD), Toia (PD), Viotti (PD), Zanonato (PD), Zoffoli (PD)

Contrari al JEFTA

  • GUE: Forenza (Prc), Spinelli 
  • S&D: Bettini (PD), Briano (PD), Cofferati (PD), Morgano (PD), Panzeri (PD), Schlein (Possibile)

Astenuti

  • Benifei (PD)

Il Parlamento Europeo approva il JEFTA

Con 474 voti favorevoli, 152 contrari e 40 astenuti, il JEFTA è passato al Parlamento Europeo. Una plenaria alle soglie delle elezioni ha dunque deciso ancora una volta di dare priorità al volere delle grandi imprese transnazionali, agli interessi dei big dell’agricoltura industriale e della finanza. Con la creazione di questa area di libero scambio senza precedenti crollano fondamentali regole che tutelavano diritti, servizi, salute, lavoro e ambiente (leggi il nostro report sul JEFTA). Non sfugge a nessuno che il JEFTA sia una copia del CETA, del TTIP e dei peggiori trattati commerciali in fase ancora negoziale. L’assenza (in questa fase) di una clausola ICS, che avrebbe permesso alle imprese di fare causa agli stati contro regole a loro sgradite, non è sufficiente a rendere il JEFTA un accordo i cui benefici superano i rischi.
La ratifica del Parlamento Europeo ha infatti dato il via libera a un testo che prevede l’istituzione di una dozzina di comitati tecnici, i quali, d’ora in poi, lontano dal controllo pubblico, prenderanno in esame regole e tutele in vigore nel nostro e negli altri paesi coinvolti, per indebolirle laddove frenassero gli scambi commerciali.
Non rassicura poi il fatto che il Giappone sia il primo paese per brevetti di OGM, gran parte dei quali finora vietati in Europa. Nonostante ci venga detto che il cibo transgenico non è oggetto dell’accordo, è impossibile negare che l’abbattimento dei controlli deciso con il JEFTA metta in serio pericolo il rispetto delle soglie decise per legge su questi alimenti.
Non è accettabile inoltre scambiare il potenziale aumento delle vendite di alcuni prodotti alimentari già al top della classifica italiana dell’export con la svendita di servizi pubblici fondamentali come l’acqua, che pure alcune forze di governo giurano di voler conservare in mani pubbliche.
E’ altrettanto incomprensibile e di pessimo auspicio la leggerezza con cui vengono fatti calcoli a spanne su presunti benefici derivanti da un’azzeramento di regole, controlli e barriere tariffarie, senza vincolare i trattati come il JEFTA al rispetto del principio di precauzione, di tutte le convenzioni internazionali sull’ambiente, il clima e il lavoro.
Nessuno tra gli eurodeputati che hanno dato il loro consenso a questo accordo tossico può negare questi impatti diretti sulla nostra società e la nostra economia, e questo rende ancora più intollerabile l’ampia maggioranza con cui le istanze promosse dalla società civile e dalle piccole imprese sono state schiacciate.
La noncuranza con cui le istituzioni europee e nazionali stanno trattando cittadini, consumatori, piccoli e medi produttori ha prodotto numerose contestazioni negli stati membri: da un lato questo si traduce con l’affermazione di forze xenofobe e reazionarie, dall’altro con la mobilitazione ad ogni livello di movimenti, associazioni, categorie produttive e semplici cittadini. I deputati europei hanno perso un’occasione per dare una risposta a chi sta dimostrando in ogni modo il proprio scontento per politiche economiche antisociali e antidemocratiche, di cui l’agenda commerciale europea è la testa di ponte. Le prossime elezioni rappresenteranno una svolta inedita nella storia dell’UE, che sembra decisa ad autodistruggersi. 

No Jefta: protestiamo l’11 e 12 dicembre con un solo click contro il voto in Parlamento europeo

No all’approvazione del Jefta a Strasburgo

Martedì 11 e mercoledì 12 dicembre il Parlamento europeo  discuterà e voterà il Jefta: il trattato di liberalizzazione commerciale tra l’Europa e il Giappone cui l’Italia ha dato qualche mese fa un frettoloso ok. Come Campagna Stop TTIP Italia abbiamo sviluppato una specifica interfaccia con la quale, con un solo click, potete scrivere in simultanea a tutti i Parlamentari europei per dir loro di fermarsi. A questa pagina trovate tutte le istruzioni

Possiamo ancora lottare per una bocciatura o un rinvio, perché il gruppo socialista è spaccato, grazie alle mail e alle obiezioni sollevate fino a oggi. Ricordiamo che l’impianto del Jefta è quasi identico ad accordi come CETA. Eventuali violazioni del capitolo su  lavoro e ambiente, in secondo luogo, non comporterebbero alcuna sanzione. Tutto il capitolo sulla protezione dei prodotti alimentari a indicazioni geografiche protette espone il Made in Italy a ulteriore e ancor più intensa contraffazione. 

A questo link potrete trovare il dossier in cui riportiamo tutte le obiezioni al Jefta, e qui una sintesi più agile  di tutti i problemi sollevati. E ora: votate, votate, votate! 

#StopCETAsubito: mobilitiamoci per bocciare il CETA prima delle Elezioni europee

Nonostante le promesse, gli impegni elettorali, il Contratto di governo e le dichiarazioni pubbliche, dobbiamo constatare che il governo sta prendendo tempo invece di bocciare il CETA. Leggi il resto di questa voce

Chi si rivede? TTIP e Bolkestein Mobilitiamoci!

Se il Governo italiano non si dà una mossa a mantenere le promesse elettorali bocciando il CETA, sono sotto grave attacco le regole europee e la capacità di Regioni e Comuni di amministrare in autonomia

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Sì dell’Italia all’accordo UE-Vietnam. Il governo tradisce (ancora) le promesse

Dopo gli inspiegabili sì ai trattati di libero scambio Unione europea-Giappone (JEFTA) e Unione europea-Singapore, venerdì il Ministero dello Sviluppo Economico ha nuovamente stupito le tante organizzazioni della società civile che si aspettavano un cambio di rotta. Il Sottosegretario con delega al commercio estero, Michele Geraci, ha dato infatti il via libera per l’Italia alla firma europea dell’accordo Ue-Vietnam. E di bocciare il CETA non si parla più.

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Cambiare regole e politiche per garantire cibo sano e salvare il pianeta

World Food Day 2018: Il diritto al cibo è il diritto umano più violato. Lanciato a Roma il Rapporto globale della società civile  

Il Diritto al cibo è un pilastro fondamentale del diritto umano alla vita ma, come hanno denunciato alla FAO oltre 300 rappresentanti di 12 milioni di contadini, pescatori, comunità indigene a Roma per la celebrazione della Giornata mondiale del cibo, 821 milioni di persone nel 2017 hanno sofferto la fame o l’insicurezza alimentare. I Governi delle Nazioni Unite, tra cui l’Italia, pur essendosi impegnati a raggiungere entro il 2030, tra gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile (SDGs), quello della “Fame zero”, in realtà non stanno rispettando questa decisione. Il 2018, infatti, risulta essere il terzo anno consecutivo in cui il numero degli affamati nel mondo è cresciuto: dal 2016, quando se ne registrarono 804 milioni, ce ne sono 13 milioni in più. Leggi il resto di questa voce

Arriva in Italia Maude Barlow, bandiera della campagna StopCETA

Siamo felici di ospitare a Roma il 16 ottobre prossimo Maude Barlow, presidente di The Council of Canadians, già relatrice speciale per il diritto umano all’acqua dell’Onu, attivista storica per l’acqua pubblica e portavoce della campagna canadese contro il CETA, il NAFTA e tutti gli accordi tossici di libero scambio.  Leggi il resto di questa voce

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