Trattati Virali: i legami fra nuovo TTIP, salute e precauzione ai tempi del Coronavirus

Esce oggi “Trattati Virali“, il nuovo rapporto della Campagna Stop TTIP Italia che mette in chiaro le ragioni per cui il nuovo TTIP e gli altri accordi commerciali stanno indebolendo il principio di precauzione e mettono a rischio cibo e salute.

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Bruxelles vuole il TTIP entro il 18 marzo. Stop TTIP in piazza

Il tempo stringe e sul commercio l’Italia resta su posizioni pericolosamente vicine a Trump. Ecco perché ieri siamo scesi in piazza a Roma insieme a Fridays For Future Roma e tante organizzazioni ambientaliste e della società civile: da Greenpeace a Terra!, da Slow Food a Climate Save, fino ad Associazione Rurale Italiana, Forum dell’Acqua ed Extinction Rebellion. Mobilitazioni ci sono state anche a Pisa e Torino da parte dei gruppi locali di Fridays For Future.

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Salute, Ambiente e Clima non sono negoziabili: No TTIP in nessuna forma

A Roma appuntamento venerdì 21 febbraio con i Fridays for future a p.za San Bernardo dalle 15.30. Presidi anche a Pisa e a Parigi

Più di 150 organizzazioni della società civile in Europa e negli Stati Uniti chiedono di interrompere i negoziati commerciali che metteranno ulteriormente a repentaglio le norme dell’UE in materia di salute e ambiente e aggraveranno la crisi climatica. È necessario un cambio di rotta.

Abbiamo seguito i recenti colloqui tra la Commissione europea e le autorità statunitensi su un nuovo accordo commerciale (un nuovo TTIP) con incredulità e delusione. È chiaro che la Commissione è pronta a soddisfare le richieste di Trump di ridurre i livelli di sicurezza alimentare dell’UE, a scapito della salute pubblica, del benessere degli animali e dell’ambiente, e di compromettere anche gli impegni dell’UE in materia di cambiamenti climatici.

La paura delle minacce lanciate dal presidente degli Stati Uniti di imporre tariffe elevate alle auto europee non può essere una scusa per una ritirata dall’interesse pubblico. L’apparente cambiamento di paradigma all’interno della Commissione, che emerge dopo mesi di trattative a porte chiuse e in gran parte al riparo dal controllo pubblico, è estremamente allarmante.

Chiediamo ai governi e ai parlamentari dell’UE di spingere la Commissione a modificare questo approccio. Deve essere chiarito all’amministrazione americana che i nostri livelli di salute pubblica e protezione ambientale non sono in vendita.

La pressione esercitata dai negoziatori statunitensi sull’Unione europea per abbattere i nostri standard non è una novità. Recenti dichiarazioni rilasciate dal ministro dell’Agricoltura statunitense Perdue hanno chiarito che qualsiasi accordo dipenderà dalle concessioni dell’UE rispetto alla carne sterilizzata con acido o cloro o trattata con ormoni, ai residui di pesticidi negli alimenti e nei mangimi o per lo smantellamento delle norme di cautela rispetto agli OGM.

La novità è la risposta dell’UE. Quando in precedenza era stato negoziato con gli Stati Uniti un accordo di libero scambio globale (TTIP), la Commissione sosteneva che non avrebbe abbassato gli standard. Ma le recenti dichiarazioni del commissario commerciale Phil Hogan sugli attuali colloqui mostrano un approccio diverso. Ha parlato di “un lungo elenco di barriere normative in agricoltura” che potrebbero essere “risolte” in un accordo.

Queste “barriere normative” esistono per delle buone ragioni: abbiamo regole sui pesticidi e gli ormoni chimici nelle carni per proteggere la nostra salute e l’ambiente. Abbiamo restrizioni sugli OGM per proteggere la biodiversità e i consumatori. Abbiamo restrizioni sulle carni trattate con cloro o acido per proteggere il benessere degli animali e la sicurezza alimentare. L’impegno dei cittadini dell’UE nei confronti di un approccio precauzionale è stato fortemente confermato durante il dibattito pubblico sul TTIP, un accordo commerciale che non sarebbe sopravvissuto a un voto democratico all’interno dell’UE se avesse incluso concessioni sulla scala ora richiesta dagli Stati Uniti.

Riteniamo che la Commissione stia mettendo a rischio gli obiettivi (dichiarati) del “Green Deal europeo”. Questa strategia elenca, almeno sulla carta, diversi elementi ora nel mirino degli Stati Uniti. Ad esempio, secondo la strategia l’UE deve lavorare “per ridurre in modo significativo l’uso e il rischio dei pesticidi chimici”. I ripetuti richiami del Panel intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) e della Piattaforma intergovernativa di politica scientifica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES) a sostegno di un’agricoltura sostenibile aggiungono ulteriore forza a questo impegno.

Tuttavia, la Commissione non ha respinto le richieste degli Stati Uniti di abbassare le ambizioni in questo settore, e quindi rischia di aggiungere potenza al tipo di agricoltura più inquinante. Inoltre, dato che l’approccio conciliante della Commissione è un tentativo di proteggere le esportazioni dall’UE di auto notoriamente dannose per il clima, la promessa del Green Deal europeo di attuare un approccio più ecologico all’agricoltura e al commercio sembra ora essere compromessa dalla stessa Commissione.

Inoltre, la Commissione non ha nemmeno il mandato per condurre negoziati su tali questioni. Il mandato adottato nell’aprile 2019 non lascia spazio ai negoziati su alimenti e altri standard di sicurezza. Il commissario commerciale Hogan ha affermato che “sta cercando di esaminare i modi in cui attraverso la cooperazione normativa potremmo essere in grado di considerare le barriere non tariffarie come un modo per mettere in discussione le questioni agricole”. Ciò suggerisce che il commissario per il commercio Hogan vuole stabilire un dialogo segreto a lungo termine dietro le quinte per trovare il modo di soddisfare le richieste degli Stati Uniti, per le quali ha il sostegno di alcuni Stati membri.

Non dobbiamo permettere che ciò accada.

Ciò minerebbe le leggi e le procedure dell’UE concordate decenni fa, non rientra nell’attuale mandato e non dovrebbe rientrare in un nuovo mandato.

Alla luce di quanto affermato e motivato, chiediamo ai governi europei in seno al Consiglio dell’UE e ai parlamentari nazionali e europei di garantire che le nostre preoccupazioni in materia di protezione dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente, trasparenza e coinvolgimento della società civile siano considerate e accolte. I nostri eletti devono chiedere una revisione degli attuali colloqui commerciali con gli Stati Uniti. L’UE deve chiarire inequivocabilmente all’amministrazione degli Stati Uniti che i nostri livelli di salute pubblica e protezione ambientale non sono in vendita, che non soccomberemo alle minacce degli USA e che la politica commerciale deve mettere al primo posto le persone, l’ambiente e il clima.

Qui il link con l’elenco dei primi firmatari: http://s2bnetwork.org/ttip-backdoor/

Il Parlamento europeo liberalizza commercio e investimenti tra Europa e Vietnam: auguri!

Un blocco compatto Pd-Fi-M5S – con qualche astensione – assicura il via libera all’ennesimo accordo tossico, alla faccia della solidarietà, del Made in Italy e dello sviluppo sostenibile. Scoprite chi ha votato e come

Non avevano ancora finito di presentare tutti insieme la preghiera alla Commissione Europea di imporre i dazi sul riso cambogiano (P-000630/2020) che mette in ginocchio i produttori italiani, che con una schizofrenia degna di un manuale medico un blocco compatto Pd-Fi-M5S, assicura ai trattati di liberalizzazione commerciale e degli investimenti tra Europa e Vietnam un consenso degno di ben altre cause.

Non è bastato che 68 organizzazioni di tutta Europa abbiano scritto a tutti i parlamentari per denunciare che i testi posti al voto non prendono in alcuna considerazione le violazioni dei diritti umani perpetrate nel Paese asiatico, mentre sdoganano ulteriormente importazioni di prodotti tessili e alimentari a basso costo e di bassa qualità.

Ignorato il pericolo che l’aumento delle importazioni agricole colpisca l’agricoltura italiana già in crisi, aumentando la pressione sul settore e rischiando di mandare fuori mercato le piccole e medie imprese. Questo “capolavoro politico” ora è legge, per la parte commerciale, e nella parte degli investimenti, se non vi porremo l’attenzione, potrebbe essere approvata alla chetichella dagli Stati membri e introdurre un nuovo arbitrato ISDS, grazie al quale le imprese private potranno fare causa agli Stati per contestare regole sgradite . Bocciate le mozioni non vincolanti che intendevano dare delle raccomandazioni nel merito delle principali aree critiche

Con questo voto consideriamo persa ogni residua credibilità rispetto agli impegni di solidarietà internazionale, promozione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e di un vero Green New Deal di cui questi schieramenti si fanno paladini.

Il dettaglio del voto, articolato in 4 testi:

A9-0003/2020: RACCOMANDAZIONE su un progetto di decisione del Consiglio sulla conclusione di un accordo di libero scambio tra Unione Europea e Repubblica socialista del Viet nam

Votano contro (192): Lega, Fdi, Alessandra Moretti S&D (errore?)

Votano a favore (401): Azione, FI, Italia viva, M5S, Pd

Astenuti (40): Bartolo (S&D), Benifei (S&D), Cozzolino(S&D), Smeriglio (S&D), Toia(S&D)

A9-0002/2020 RACCOMANDAZIONE su un progetto di decisione del Consiglio, dell’Accordo di protezione degli investimenti tra Unione Europea e Repubblica socialista del Viet nam

Votano contro (188): Lega, Bartolo (S&D)

Votano a favore(407): Azione, Fdi, Fi, Italia viva, S&D,

Astenuti(53): M5S, Benifei (S&D), Cozzolino(S&D), Picierno(S&D), Pisapia(S&D), Smeriglio(S&D), Toia (S&D)

A9-0017/2020: RELAZIONE contenente una mozione per una risoluzione non legislativa sul progetto di decisione del Consiglio sulla conclusione di un accordo di libero scambio tra Unione Europea e Repubblica socialista del Viet nam

Votano contro (187): Fi, Lega, Picierno (S&D)

Votano a favore (416): Azione, FI, Italia Viva, M5S, PD

Astenuti (44): Berlato (Fdi), Fiocchi(Fdi), Fitto, Bartolo(S&D), Benifei (S&D), Cozzolino (S&D), Moretti(S&D), Pisapia(S&D), Smeriglio (S&D), Toia (S&D)

A9-0014/2020 RELAZIONE contenente una mozione per una risoluzione non legislativa sul progetto di decisione del Consiglio sulla conclusione dell’Accordo di protezione degli investimenti tra Unione Europea e Repubblica socialista del Viet nam

Votano a favore (406): Azione, Fi, Fdi, Italia Viva, S&D

Votano contro (184): Lega

Astenuti (58): M5S, Bartolo(S&D), Benifei(S&D), Smeriglio(S&D), Toia(S&D).

TTIP: serve trasparenza. Le richieste della società civile

Il Governo italiano apra un confronto programmatico trasparente con i parlamentari nazionali e europei, i sindacati, le associazioni ambientaliste, di produttori e della società civile perché l’Italia diventi capofila di nuove politiche commerciali che lavorino meglio per l’economia, per i diritti, per l’ambiente e per i territori. Nel frattempo respinga l’offensiva di Trump per un nuovo trattato transatlantico come e peggio del TTIP, fermi il CETA con il Canada bocciandone la ratifica fermando, così, trattati discutibili come l’EU-Vietnam che va al voto domani a Bruxelles e il pericolosissimo EU-Mercosur che premia con una facilitazione commerciale l’attacco di Bolsonaro all’Amazzonia e al clima.

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EU-Vietnam: vogliamo continuare a piangere sul riso e i diritti versati?

Oggi e domani il Parlamento Europeo si prepara a approvare un nuovo trattato-sciagura. 68 Organizzazioni europee, con la Campagna Stop TTIP/CETA Italia, gli chiedono di fermarsi

Con una dichiarazione congiunta pubblicata oggi, 68 organizzazioni di tutta Europa chiedono ai membri del Parlamento europeo di sospendere immediatamente la ratifica degli accordi di libero scambio e sugli investimenti tra l’Unione Europea e il Vietnam che andranno in votazione l’11 febbraio. Le organizzazioni spiegano che gli accordi UE-Vietnam negano le sfide urgenti che l’Europa e il Vietnam devono affrontare e che non sono compatibili con un “Green Deal” che metta gli interventi ambientali al primo posto tra le priorità condivise. Questi accordi commerciali e di investimento sono i primi ad essere sottoposti al nuovo Parlamento europeo, ma le nostre organizzazioni si chiedono: “nel 2020, possiamo ancora ratificare accordi commerciali con Paesi che non rispettano i diritti umani, ambientali e del lavoro e le libertà fondamentali” ?

Il testo della lettera in inglese e l’elenco dei firmatari link

Dichiarazione congiunta sul trattato EU-Vietnam

Le sottoscritte organizzazioni europee (1) chiedono ai membri del Parlamento europeo di non ratificare i due Accordi di libero scambio e sugli investimenti tra l’Unione europea e il Vietnam (3) che saranno sottoposti al voto in Aula nei prossimi giorni (3). Questi sono i primissimi voti di ratifica sugli accordi commerciali e di investimento nel nuovo Parlamento europeo. Sono stati negoziati dalla Commissione europea sotto precedenti mandati e firmati il 30 giugno 2019 ad Hanoi.

La Commissione europea li presenta come accordi per promuovere lo sviluppo sostenibile e garantire un elevato livello di protezione del lavoro e dell’ambiente. Ma non è vero. Gli accordi UE-Vietnam non affrontano le sfide urgenti che devono affrontare oggi l’Europa e il Vietnam: la riduzione della disuguaglianza, la promozione dello sviluppo sostenibile e la mitigazione dei cambiamenti climatici. Non sono compatibili con un “Green Deal” che metta l’azione ecologica davvero al primo posto tra le priorità condivise. Il 15 gennaio scorso il Parlamento europeo ha votato a favore di una risoluzione in cui si afferma che «tutti gli accordi commerciali e di investimento internazionali (dovrebbero) includere capitoli sullo sviluppo sostenibile forti, vincolanti e applicabili, che riguardino anche il clima e l’ambiente, che rispettino pienamente gli impegni internazionali, in particolare l’accordo di Parigi». Questo non è il caso degli accordi UE-Vietnam.

La Commissione europea ha deciso di dividere il testo dell’accordo originale in due testi distinti, uno che riguarda il commercio e uno gli investimenti. Ciò le ha permesso di evitare di sottoporre entrambe le parti [1] allo stesso processo di ratifica. La Commissione europea non vuole rischiare un possibile rifiuto della parte commerciale nell’ambito delle procedure nazionali di ratifica e desidera accelerarne l’attuazione finale. La parte commerciale di questi accordi rientra nella competenza esclusiva dell’UE e richiede la sola ratifica da parte del Parlamento europeo.

  • Secondo la Commissione europea, questi accordi eliminano il 99% dei dazi sui beni scambiati tra l’UE e il Vietnam. Queste misure non tengono conto di alcun criterio di sostenibilità o dei diritti umani.
  • L’accordo UE-Vietnam manca di una “clausola di supremazia” che garantisca che il diritto internazionale dei diritti umani, gli accordi ambientali e climatici abbiano la precedenza sulle regole di libero scambio e di investimento;
  • I capitoli sul commercio e lo sviluppo sostenibile (TSD) non riescono a promuovere gli standard condivisi ambiziosi necessari a un vero sviluppo sostenibile, né a stabilire impegni concreti per la protezione e l’applicazione degli obblighi internazionali in materia di clima, ambiente, lavoro e diritti umani. Questi capitoli non sono vincolanti e sono esclusi dal meccanismo di risoluzione delle controversie degli accordi, quindi le eventuali violazioni non saranno punibili;
  • In termini di protezione dei diritti umani, i capitoli sulla protezione della proprietà intellettuale rappresentano una minaccia immediata alla disponibilità di medicinali generici a prezzi accessibili. Inoltre, non riescono a regolare i sistemi delle sementi commerciali tenendo conto del presupposto del diritto generale al cibo e di mezzi di sussistenza dignitosi per i piccoli produttori e le comunità rurali vulnerabili o impoverite, né in Vietnam né in Europa.
  • Gli accordi non riescono a regolare adeguatamente i flussi di capitale per evitare l’esposizione all’instabilità finanziaria.
  • Gli accordi non impongono obblighi diretti, vincolanti e applicabili agli investitori stranieri nel rispetto delle pertinenti norme internazionali riconosciute in merito ai diritti umani e sociali, sul clima e su altre politiche ambientali.
  • Gli accordi non prevedono valutazioni periodiche dei propri impatti sui diritti umani, ambientali e climatici. Fondamentalmente, mancano di una “clausola di revisione” che consenta di riesaminare (parti del) l’accordo dopo che è stato ratificato e attuato, sulla base di studi di impatto regolari sullo sviluppo sostenibile e sui diritti umani.
  • Il principio di precauzione è menzionato con una formula non vincolante nell’articolo 13.11 riguardante lo sviluppo sostenibile, ma non nel capitolo relativo alle norme sanitarie e fitosanitarie. L’accordo UE-Vietnam non garantisce un’applicazione piena e completa del principio di precauzione.

La parte relativa agli investimenti degli accordi commerciali bilaterali è considerata di competenza mista e dovrà passare attraverso le relative procedure nazionali di ratifica in tutti gli Stati membri.

  • Questa parte contiene ampie protezioni per gli investimenti e definizioni molto ampie di ciò che costituisce un investitore/investimento coperto, inclusi investimenti di portafoglio, obbligazioni, avviamento e diritti di proprietà intellettuale, sotto tutela attraverso meccanismi di risoluzione delle controversie investitore-stato (ISDS).
  • Sono garantite protezioni così ampie nonostante non ci sia alcuna evidenza del fatto che esse aiutino ad attrarre gli investimenti esteri (IDE): numerosi studi indicano che la protezione degli investimenti/ISDS è raramente il fattore determinante per gli investitori quando prendono la decisione di investire. Tale protezione è estesa a tutti i livelli, anche se non tutti gli IDE contribuiscono necessariamente allo sviluppo sostenibile. Ci sono molti studi, inoltre, che hanno stabilito che oltre agli impatti positivi, gli IDE possono anche avere ricadute negative e stroncare le aziende nazionali, creare posti di lavoro precari o ridurre l’occupazione, aumentare le disparità di reddito, facilitare l’evasione e l’elusione fiscali e contribuire al degrado ambientale e all’inquinamento. Ciò dimostra che è fondamentale prevedere meccanismi e regole adeguate per sfruttare gli IDE soo ai fini di uno sviluppo sostenibile.
  • Invece di includere un’ampia clausola di negazione dai benefici per gli investimenti insostenibili, questi capitoli continuano a proteggere tutti i tipi di IDE indipendentemente dalla natura dell’investimento, dal comportamento dell’investitore o dall’impatto sociale, economico o ambientale. Ad esempio, non esiste un “capitolo sulla sostenibilità” nell’accordo di investimento UE-Vietnam;
  • Il testo della parte sugli investimenti non fornisce alcun miglioramento rispetto agli accordi precedenti ma offre invece un ulteriore passo nella direzione sbagliata: i diritti concessi agli investitori stranieri nell’accordo di investimento UE-Vietnam vanno ben oltre quelli del capitolo sugli investimenti di altri accordi (come il CETA) e alcune delle garanzie introdotte nel CETA mancano in questo testo (1)
  • Questo accordo-capestro prevede che le parti firmatarie debbano contribuire ai negoziati per l’istituzione di un tribunale multilaterale per la risoluzione delle controversie in materia di investimenti (ICS). Gli arbitrati di questa natura sono profondamente controversi e invisi all’opinione pubblica, eppure un tribunale multilaterale per gli investimenti rafforzerà ulteriormente un sistema per la risoluzione delle controversie in materia di investimenti che, già oggi, consente alle società multinazionali di esercitare un potere indebito sull’elaborazione delle politiche pubbliche. Vogliamo dare ancora più potere a quel ristrettissimo numero di aziende e investitori che dominano i mercati mondiali?
  • Più di 847.000 persone in Europa hanno firmato una petizione che invita gli eurodeputati a fermare l’espansione del sistema di risoluzione delle controversie investitore-stato (ISDS/ICS) e i Governi europei a sostenere un trattato Onu vincolante contro le violazioni dei diritti umani e ambientali perpetrate dalle multinazionali nel mondo (https://stop-ttip-italia.net/diritti-per-le-persone-regole-per-le-multinazionali/).

Siamo profondamente preoccupati per le generalizzate violazioni dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori in Vietnam. Sebbene il Vietnam abbia recentemente ratificato la Convenzione sul diritto all’organizzazione e alla contrattazione collettiva (n. 98), non ha ancora ratificato due delle otto convenzioni fondamentali dell’OIL, la Convenzione sulla libertà di associazione (n. 87) e la Convenzione sull’abolizione del lavoro forzato (N. 105). Sebbene il Vietnam abbia annunciato che intende ratificare quest’ultimo nel 2020 e la Convenzione 87 nel 2023, non vi è alcuna garanzia che lo farà.

Nella sua risoluzione del 14 dicembre 2017 (https://eur-lex.europa.eu/legal-content/FR/TXT/PDF/?uri=CELEX:52017IP0496&from=GA), il Parlamento europeo stesso sottolinea “il deterioramento dei civili e diritti politici in Vietnam”. Controllato da un solo partito, il regime del Vietnam non offre garanzie sufficienti in termini di rispetto delle libertà civili (libertà di espressione, stampa, associazione, ecc.). La polizia e la repressione politica colpiscono in particolare i difensori dei diritti umani, gli attivisti ambientali e tutti coloro che criticano il regime. Come sottolinea Human Rights Watch, le forze di polizia ricorrono alla tortura mentre il potere giudiziario è crudelmente privo di indipendenza. I contadini vengono spesso derubati della loro terra e i lavoratori vengono spesso repressi quando provano a far riconoscere i loro diritti. Pertanto, Human Rights Watch (https://www.hrw.org/news/2019/01/10/eu-postpone-vote-vietnam-free-trade-agreement) ha invitato il Parlamento europeo a rinviare la ratifica dell’UE -Accordo Vietnam.

La ratifica di accordi commerciali e di investimento in situazioni come questa è contraria ai principi fondamentali dell’UE. Nel 2020, possiamo ancora ratificare gli accordi commerciali con Paesi che non rispettano i diritti fondamentali dell’uomo e del lavoro e che non rispettano le libertà fondamentali? Mentre la Commissione promette un “Green Deal”, come può il Parlamento europeo ratificare altri accordi commerciali che contribuiscano all’aggravamento della globalizzazione degli scambi e all’aumento delle emissioni di gas a effetto serra?

VOTATE NO ALLA RATIFICA DEI DUE ACCORDI EU-VIETNAM

Note

(1) Oltre a questa iniziativa congiunta, numerose ONG vietnamite e internazionali hanno già chiesto al Parlamento europeo di rinviare degli accordi UE-Vietnam: https://www.hrw.org/news/2019/11/04/joint-ngo-letter-eu-vietnam-free-trade-agreement

(2) Il testo completo dell’accordo è disponibile qui: http://trade.ec.europa.eu/doclib/press/index.cfm?id=1437

(3) Ad esempio, l’art. 2.5.6 del testo del Vietnam, che manca nel CETA, crea una nuova scappatoia legale che amplia in modo significativo la possibilità per gli investitori di presentare richieste di arbitrato: allo stesso modo, la portata dell’articolo 2.5.4 nel testo del Vietnam è più ampia dello stesso articolo nel CETA (Art. 8.10.4). Alcune delle garanzie – anch’esse labili -introdotte nel testo del CETA, come l’articolo 8.10.7, mancano del tutto nel proposto accordo di investimento con il Vietnam

Il governo accelera su TTIP e Mercosur, StopTTIP chiama una conferenza stampa alla Camera

Il governo accelera sui trattati tossici. Stop TTIP chiama una conferenza stampa

Roma, 11 febbraio 2020 ore 10 @ Sala Stampa Camera dei Deputati, via della Missione 8

#STOP TTIP – Richieste e domande al Governo di associazioni, sindacati, contadini, produttori sul nuovo negoziato commerciale europeo con gli Stati Uniti. Interrogazioni e mozioni dei Parlamentari italiani


Intervengono:
Associazione rurale italiana – Antonio Onorati; Associazione per l’agricoltura biodinamica – Carlo Triarico; AIAB – Giuseppe Romano; CGIL – Giacomo Barbieri; Movimento Terra Contadina – Elisa d’Aloisio; Federbio – Maria Grazia Mammuccini; Greenpeace – Federica Ferrario; ISDE; Navdanya International – Manlio Masucci; Slow Food – Paolo Venezia; Terra! – Fabio Ciconte

i Parlamentari firmatari di interrogazioni e mozioni sul tema
alla Camera: Sara Cunial (Misto); Stefano Fassina (LeU); Lorenzo Fioramonti (Misto); Rossella Muroni (LeU)
al Senato: Saverio De Bonis (Misto); Loredana De Petris (LeU); Carlo Martelli (Misto); Paola Nugnes (Misto) 

modera
Monica Di Sisto, Fairwatch – Campagna StopTTIP/CETA Italia

Nel 2015 un’imponente mobilitazione di organizzazioni ambientaliste, associazioni della società civile, sindacati, movimenti contadini, produttori e consumatori di tutta Europa e negli Stati Uniti portò all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni i rischi per la salute pubblica, l’occupazione, l’ambiente, il cibo, la produzione italiana, la biodiversità, i diritti fondamentali, i servizi pubblici e la democrazia presentati dal Trattato transatlantico di liberalizzazione commerciale tra USA e UE (TTIP). Il negoziato subì una pausa con l’elezione di Trump, ma proseguì sotto traccia fino all’estate scorsa, quando Junker volò a Washington e sottoscrisse un accordo di principio per ricominciare a negoziare, sotto la minaccia di una pioggia di dazi. Ora la nuova Presidente della Commissione Ursula von der Leyen non soltanto accelera per un nuovo accordo da realizzare entro poche settimane, ma appoggia la richiesta di Trump perché si negozi sull’agricoltura, argomento escluso nel mandato conferitole dai Governi dell’UE.
In assenza di alcun impegno concreto sui dazi già imposti da parte di Trump, l’UE sembra disposta a cedere su un trattato che disinneschi per sempre il Principio di precauzione, forzi le regole europee attualmente in vigore su pesticidi, OGM e NBT, apra – al di fuori di ogni controllo democratico e parlamentare – un canale permanente di negoziato transatlantico sugli standard di protezione sociale, ambientale e di sicurezza alimentare che sono il più grande ostacolo, attualmente, all’arrivo di merci USA nel mercato europeo. Né si pensa di procedere a una preventiva valutazione dell’impatto di un possibile accordo sulla sostenibilità sociale e ambientale e sulla quantità e qualità dell’occupazione e delle produzioni coinvolte
Il Governo italiano precedente non ha discusso la sua posizione con le parti sociali – neanche con il Parlamento italiano – prima di concedere il nuovo mandato negoziale, e quello attuale tace sull’accelerazione presente. La ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, incontrando il collega americano Sonny Perdue, si è addirittura mossa al di fuori del perimetro del mandato europeo che esclude l’agricoltura dalle trattative. Questa mancanza di trasparenza è inaccettabile per le organizzazioni della società civile: ci appelliamo al Parlamento perché insieme a noi ottenga un vero dialogo, che tenga conto delle preoccupazioni dei cittadini e delle parti sociali, un ripensamento complessivo delle politiche commerciali nazionali nel contesto europeo, accompagnato da una valutazione d’impatto dei singoli trattati e del loro effetto combinato sul nostro Paese, ma soprattutto maggiore trasparenza su temi così importanti che colpiscono il cuore del sistema dei diritti e delle regole condivise e difese nel nostro Paese.

L’Italia dica no al nuovo TTIP: il Governo non svenda la sicurezza del nostro cibo sotto il ricatto dei dazi di Trump!

Il ministro USA dell’Agricoltura da oggi a Roma chiede l’azzeramento del Principio di precauzione e il via libera a cibo ai pesticidi e OGM. Conte rispetti gli impegni presi a Assisi e sul Green New Deal

L’amministrazione USA lo ha affermato senza ritegno: l’Europa è nel mirino laser di Trump perché chiuda in poche settimane un accordo commerciale con gli Stati Uniti che metta le mani sulle regole e i principi più preziosi per la nostra sicurezza alimentare: il Principio di precauzione. Senza un dibattito pubblico né il coinvolgimento dei Parlamenti sotto il ricatto di nuovi dazi, grazie alla pressione decisiva del settore dell’auto tedesco, ci chiede di ingoiare il TTIP (Trattato Transatlantico di facilitazione commerciale) già rigettato da milioni di cittadini europei e centinaia di sindacati, produttori, organizzazioni della società civile e ambientaliste.

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Corporation VS clima: il nuovo rapporto

In occasione del World Economic Forum, Fairwatch, Terra! e Cospe, nell’ambito della Campagna StopTTIP/CETA e dell’iniziativa europea Stop ISDS, lanciano un nuovo rapporto

Così le compagnie fossili denunciano gli Stati per bloccare la transizione ecologica

I dati raccolti dalle tre organizzazioni tracciano un quadro allarmante: cresce il numero delle imprese inquinanti che fanno causa ai governi contro le norme sul clima e l’ambiente. Teatro di queste controversie sono le corti arbitrali, dove regnano l’opacità e il conflitto di interessi. Nel 2020 le cause in tutto il mondo supereranno quota 1000.

In occasione del World Economic Forum di Davos, Fairwatch, Terra! e Cospe lanciano “Processo al futuro”, un nuovo rapporto di denuncia che rivela la strategia delle compagnie fossili per bloccare o rallentare la transizione ecologica. Sempre più spesso, infatti, le grandi imprese attaccano la legislazione ambientale tramite l’arbitrato internazionale, un sistema di corti sovranazionali non trasparenti a disposizione del settore privato. Grazie a questo vero e proprio sistema giudiziario parallelo, le aziende possono chiedere compensazioni miliardarie agli Stati che promuovono leggi lesive dei loro profitti, anche se queste politiche vanno in direzione dell’interesse pubblico o della lotta al cambiamento climatico. In un processo senza giuria né pubblico, davanti a tre avvocati commerciali, i governi devono difendere moratorie sulle trivellazioni, piani di uscita dal carbone o dall’energia nucleare. E spesso perdono la causa o sono spinti a patteggiare per evitare risarcimenti troppo onerosi. Ma spesso il patteggiamento comporta il ritiro delle proposte di legge o l’indebolimento dei piani climatici, con grave danno per i cittadini e l’ambiente.

“L’esistenza di questi tribunali semi-segreti è possibile grazie a migliaia di accordi sul commercio e gli investimenti che gli Stati hanno firmato in questi anni – spiega Monica Di Sisto, vice presidente di Fairwatch e portavoce della Campagna Stop TTIP/CETA – Con questa nuova indagine vogliamo dimostrare che l’agenda commerciale italiana ed Europea oggi è incompatibile con il Green New Deal proposto nelle scorse settimane. Bisogna invertire le priorità fra business e i diritti umani, e i signori di Davos devono essere fermati”.

La clausola di protezione degli investitori (ISDS – Investor-to-State Dispute Settlement) è infatti un punto cardine della maggior parte dei 3 mila trattati commerciali in vigore fra due o più Paesi. Gli ultimi dati disponibili – anche se molte cause rimangono secretate – raccontano che le imprese l’hanno utilizzata 983 volte per trascinare alla sbarra governi “colpevoli” di proporre politiche sgradite. Un numero che nel 2020, stando ai trend attuali, supererà quasi certamente quota 1000. Ad oggi, sono 322 le cause ancora in attesa di sentenza. Delle 677 passate in giudicato, ben 430 hanno visto un successo totale o parziale delle aziende (191 risolte in favore dell’investitore, 139 chiuse con un patteggiamento), 230 hanno visto scagionare lo Stato, 73 sono state sospese e 14 chiuse senza l’attribuzione di un risarcimento. Nella gran parte dei casi, il Paese denunciato (l’ISDS è un sistema a senso unico, in base al quale uno Stato può solo comparire come imputato, mai nelle vesti dell’accusa) ha pagato almeno le spese legali, che mediamente ammontano a 8 milioni di euro ma possono lievitare fino a 30.

Organizzazioni della società civile e movimenti in tutto il mondo si oppongono all’ISDS perché, soprattutto negli ultimi venticinque anni, ha determinato un numero crescente di cause pretestuose, con imprese che hanno preso di mira leggi sulla tutela del lavoro, dei servizi pubblici e dell’ambiente.

“È proprio la legislazione ambientale a trovarsi oggi sotto attacco diretto delle multinazionali del fossile – aggiunge Francesco Panié, ricercatore dell’associazione Terra! tra gli autori del rapporto – Mentre l’Italia e l’Unione Europea si trovano a dover fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico, i giganti dell’inquinamento remano contro, usando i tribunali arbitrali come clava per bloccare o rallentare l’azione per il clima”.

In particolare, il Trattato sulla Carta dell’Energia è il più invocato dagli investitori per avviare contenziosi contro i governi: ben 128 cause arbitrali sono state mosse impugnando questo accordo. Il rapporto “Processo al futuro” elenca una serie di casi emblematici in cui diversi Paesi tra cui Italia, Francia, Olanda e Svezia sono stati bersaglio di richieste di risarcimento avanzate da compagnie energetiche dei settori di carbone, gas e petrolio. In particolare, l’Italia potrebbe trovarsi nel 2020 a dover pagare fino a 350 milioni di dollari alla Rokchopper, compagnia petrolifera britannica che nel 2017 ha fatto ricorso in arbitrato contro l’introduzione del divieto di trivellazioni entro le 12 miglia marine.

“Di fronte a questo scandalo l’Unione europea non sta facendo abbastanza – dichiara Alberto Zoratti, ricercatore del Cospe tra gli autori del rapporto – Invece di eliminare l’ISDS dai trattati sugli investimenti, sta negoziando a Vienna in questi giorni una proposta per trasformarlo in una Corte internazionale permanente che diventerebbe a tutti gli effetti un tribunale mondiale per le grandi imprese. Questo non è accettabile”.

Questo processo, che si svolge nell’ambito della Commissione ONU per il diritto commerciale internazionale (UNCITRAL), va in direzione opposta a quanto chiedono centinaia di esperti, organizzazioni e giuristi.

“Bisogna mettere fine al sistema dell’ISDS ed eliminarlo dagli accordi commerciali già conclusi – dichiara Nicoletta Dentico, di Society for International Development e tra gli autori del rapporto – Nel frattempo, l’Unione Europea deve lavorare per concludere un ambizioso trattato vincolante dell’ONU su imprese e diritti umani, che obblighi il settore privato a rispondere delle violazioni perpetrate lungo la filiera e aiuti le comunità colpite da attività impattanti ad ottenere giustizia. Finora Bruxelles ha usato due pesi e due misure, supportando strumenti come l’ISDS, che rafforzano il potere delle corporation, e contrastando l’accordo a difesa dei diritti e dell’ambiente. Senza un’inversione di priorità, la crisi ecologica e sociale non potrà che farsi più acuta”.

In piazza per il clima e contro i trattati, 20 anni dopo Seattle

La campagna Stop TTIP Italia aderisce al quarto sciopero globale per il clima indetto da Fridays For Future per il 29 novembre e rilancia la pressione sulle istituzioni: serve una opposizione definitiva ai trattati di libero scambio, a partire dal CETA e dall’accordo UE-Mercosur. Il primo va bocciato subito da un voto del Parlamento italiano, il secondo va respinto dal Consiglio e dal Parlamento Europeo. Dev’essere chiaro che non può esistere alcun green new deal senza una chiara inversione di rotta rispetto a un’agenda commerciale nazionale e comunitaria incompatibile con il clima, l’ambiente e il lavoro.

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