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EU-Vietnam: vogliamo continuare a piangere sul riso e i diritti versati?

Oggi e domani il Parlamento Europeo si prepara a approvare un nuovo trattato-sciagura. 68 Organizzazioni europee, con la Campagna Stop TTIP/CETA Italia, gli chiedono di fermarsi

Con una dichiarazione congiunta pubblicata oggi, 68 organizzazioni di tutta Europa chiedono ai membri del Parlamento europeo di sospendere immediatamente la ratifica degli accordi di libero scambio e sugli investimenti tra l’Unione Europea e il Vietnam che andranno in votazione l’11 febbraio. Le organizzazioni spiegano che gli accordi UE-Vietnam negano le sfide urgenti che l’Europa e il Vietnam devono affrontare e che non sono compatibili con un “Green Deal” che metta gli interventi ambientali al primo posto tra le priorità condivise. Questi accordi commerciali e di investimento sono i primi ad essere sottoposti al nuovo Parlamento europeo, ma le nostre organizzazioni si chiedono: “nel 2020, possiamo ancora ratificare accordi commerciali con Paesi che non rispettano i diritti umani, ambientali e del lavoro e le libertà fondamentali” ?

Il testo della lettera in inglese e l’elenco dei firmatari link

Dichiarazione congiunta sul trattato EU-Vietnam

Le sottoscritte organizzazioni europee (1) chiedono ai membri del Parlamento europeo di non ratificare i due Accordi di libero scambio e sugli investimenti tra l’Unione europea e il Vietnam (3) che saranno sottoposti al voto in Aula nei prossimi giorni (3). Questi sono i primissimi voti di ratifica sugli accordi commerciali e di investimento nel nuovo Parlamento europeo. Sono stati negoziati dalla Commissione europea sotto precedenti mandati e firmati il 30 giugno 2019 ad Hanoi.

La Commissione europea li presenta come accordi per promuovere lo sviluppo sostenibile e garantire un elevato livello di protezione del lavoro e dell’ambiente. Ma non è vero. Gli accordi UE-Vietnam non affrontano le sfide urgenti che devono affrontare oggi l’Europa e il Vietnam: la riduzione della disuguaglianza, la promozione dello sviluppo sostenibile e la mitigazione dei cambiamenti climatici. Non sono compatibili con un “Green Deal” che metta l’azione ecologica davvero al primo posto tra le priorità condivise. Il 15 gennaio scorso il Parlamento europeo ha votato a favore di una risoluzione in cui si afferma che «tutti gli accordi commerciali e di investimento internazionali (dovrebbero) includere capitoli sullo sviluppo sostenibile forti, vincolanti e applicabili, che riguardino anche il clima e l’ambiente, che rispettino pienamente gli impegni internazionali, in particolare l’accordo di Parigi». Questo non è il caso degli accordi UE-Vietnam.

La Commissione europea ha deciso di dividere il testo dell’accordo originale in due testi distinti, uno che riguarda il commercio e uno gli investimenti. Ciò le ha permesso di evitare di sottoporre entrambe le parti [1] allo stesso processo di ratifica. La Commissione europea non vuole rischiare un possibile rifiuto della parte commerciale nell’ambito delle procedure nazionali di ratifica e desidera accelerarne l’attuazione finale. La parte commerciale di questi accordi rientra nella competenza esclusiva dell’UE e richiede la sola ratifica da parte del Parlamento europeo.

  • Secondo la Commissione europea, questi accordi eliminano il 99% dei dazi sui beni scambiati tra l’UE e il Vietnam. Queste misure non tengono conto di alcun criterio di sostenibilità o dei diritti umani.
  • L’accordo UE-Vietnam manca di una “clausola di supremazia” che garantisca che il diritto internazionale dei diritti umani, gli accordi ambientali e climatici abbiano la precedenza sulle regole di libero scambio e di investimento;
  • I capitoli sul commercio e lo sviluppo sostenibile (TSD) non riescono a promuovere gli standard condivisi ambiziosi necessari a un vero sviluppo sostenibile, né a stabilire impegni concreti per la protezione e l’applicazione degli obblighi internazionali in materia di clima, ambiente, lavoro e diritti umani. Questi capitoli non sono vincolanti e sono esclusi dal meccanismo di risoluzione delle controversie degli accordi, quindi le eventuali violazioni non saranno punibili;
  • In termini di protezione dei diritti umani, i capitoli sulla protezione della proprietà intellettuale rappresentano una minaccia immediata alla disponibilità di medicinali generici a prezzi accessibili. Inoltre, non riescono a regolare i sistemi delle sementi commerciali tenendo conto del presupposto del diritto generale al cibo e di mezzi di sussistenza dignitosi per i piccoli produttori e le comunità rurali vulnerabili o impoverite, né in Vietnam né in Europa.
  • Gli accordi non riescono a regolare adeguatamente i flussi di capitale per evitare l’esposizione all’instabilità finanziaria.
  • Gli accordi non impongono obblighi diretti, vincolanti e applicabili agli investitori stranieri nel rispetto delle pertinenti norme internazionali riconosciute in merito ai diritti umani e sociali, sul clima e su altre politiche ambientali.
  • Gli accordi non prevedono valutazioni periodiche dei propri impatti sui diritti umani, ambientali e climatici. Fondamentalmente, mancano di una “clausola di revisione” che consenta di riesaminare (parti del) l’accordo dopo che è stato ratificato e attuato, sulla base di studi di impatto regolari sullo sviluppo sostenibile e sui diritti umani.
  • Il principio di precauzione è menzionato con una formula non vincolante nell’articolo 13.11 riguardante lo sviluppo sostenibile, ma non nel capitolo relativo alle norme sanitarie e fitosanitarie. L’accordo UE-Vietnam non garantisce un’applicazione piena e completa del principio di precauzione.

La parte relativa agli investimenti degli accordi commerciali bilaterali è considerata di competenza mista e dovrà passare attraverso le relative procedure nazionali di ratifica in tutti gli Stati membri.

  • Questa parte contiene ampie protezioni per gli investimenti e definizioni molto ampie di ciò che costituisce un investitore/investimento coperto, inclusi investimenti di portafoglio, obbligazioni, avviamento e diritti di proprietà intellettuale, sotto tutela attraverso meccanismi di risoluzione delle controversie investitore-stato (ISDS).
  • Sono garantite protezioni così ampie nonostante non ci sia alcuna evidenza del fatto che esse aiutino ad attrarre gli investimenti esteri (IDE): numerosi studi indicano che la protezione degli investimenti/ISDS è raramente il fattore determinante per gli investitori quando prendono la decisione di investire. Tale protezione è estesa a tutti i livelli, anche se non tutti gli IDE contribuiscono necessariamente allo sviluppo sostenibile. Ci sono molti studi, inoltre, che hanno stabilito che oltre agli impatti positivi, gli IDE possono anche avere ricadute negative e stroncare le aziende nazionali, creare posti di lavoro precari o ridurre l’occupazione, aumentare le disparità di reddito, facilitare l’evasione e l’elusione fiscali e contribuire al degrado ambientale e all’inquinamento. Ciò dimostra che è fondamentale prevedere meccanismi e regole adeguate per sfruttare gli IDE soo ai fini di uno sviluppo sostenibile.
  • Invece di includere un’ampia clausola di negazione dai benefici per gli investimenti insostenibili, questi capitoli continuano a proteggere tutti i tipi di IDE indipendentemente dalla natura dell’investimento, dal comportamento dell’investitore o dall’impatto sociale, economico o ambientale. Ad esempio, non esiste un “capitolo sulla sostenibilità” nell’accordo di investimento UE-Vietnam;
  • Il testo della parte sugli investimenti non fornisce alcun miglioramento rispetto agli accordi precedenti ma offre invece un ulteriore passo nella direzione sbagliata: i diritti concessi agli investitori stranieri nell’accordo di investimento UE-Vietnam vanno ben oltre quelli del capitolo sugli investimenti di altri accordi (come il CETA) e alcune delle garanzie introdotte nel CETA mancano in questo testo (1)
  • Questo accordo-capestro prevede che le parti firmatarie debbano contribuire ai negoziati per l’istituzione di un tribunale multilaterale per la risoluzione delle controversie in materia di investimenti (ICS). Gli arbitrati di questa natura sono profondamente controversi e invisi all’opinione pubblica, eppure un tribunale multilaterale per gli investimenti rafforzerà ulteriormente un sistema per la risoluzione delle controversie in materia di investimenti che, già oggi, consente alle società multinazionali di esercitare un potere indebito sull’elaborazione delle politiche pubbliche. Vogliamo dare ancora più potere a quel ristrettissimo numero di aziende e investitori che dominano i mercati mondiali?
  • Più di 847.000 persone in Europa hanno firmato una petizione che invita gli eurodeputati a fermare l’espansione del sistema di risoluzione delle controversie investitore-stato (ISDS/ICS) e i Governi europei a sostenere un trattato Onu vincolante contro le violazioni dei diritti umani e ambientali perpetrate dalle multinazionali nel mondo (https://stop-ttip-italia.net/diritti-per-le-persone-regole-per-le-multinazionali/).

Siamo profondamente preoccupati per le generalizzate violazioni dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori in Vietnam. Sebbene il Vietnam abbia recentemente ratificato la Convenzione sul diritto all’organizzazione e alla contrattazione collettiva (n. 98), non ha ancora ratificato due delle otto convenzioni fondamentali dell’OIL, la Convenzione sulla libertà di associazione (n. 87) e la Convenzione sull’abolizione del lavoro forzato (N. 105). Sebbene il Vietnam abbia annunciato che intende ratificare quest’ultimo nel 2020 e la Convenzione 87 nel 2023, non vi è alcuna garanzia che lo farà.

Nella sua risoluzione del 14 dicembre 2017 (https://eur-lex.europa.eu/legal-content/FR/TXT/PDF/?uri=CELEX:52017IP0496&from=GA), il Parlamento europeo stesso sottolinea “il deterioramento dei civili e diritti politici in Vietnam”. Controllato da un solo partito, il regime del Vietnam non offre garanzie sufficienti in termini di rispetto delle libertà civili (libertà di espressione, stampa, associazione, ecc.). La polizia e la repressione politica colpiscono in particolare i difensori dei diritti umani, gli attivisti ambientali e tutti coloro che criticano il regime. Come sottolinea Human Rights Watch, le forze di polizia ricorrono alla tortura mentre il potere giudiziario è crudelmente privo di indipendenza. I contadini vengono spesso derubati della loro terra e i lavoratori vengono spesso repressi quando provano a far riconoscere i loro diritti. Pertanto, Human Rights Watch (https://www.hrw.org/news/2019/01/10/eu-postpone-vote-vietnam-free-trade-agreement) ha invitato il Parlamento europeo a rinviare la ratifica dell’UE -Accordo Vietnam.

La ratifica di accordi commerciali e di investimento in situazioni come questa è contraria ai principi fondamentali dell’UE. Nel 2020, possiamo ancora ratificare gli accordi commerciali con Paesi che non rispettano i diritti fondamentali dell’uomo e del lavoro e che non rispettano le libertà fondamentali? Mentre la Commissione promette un “Green Deal”, come può il Parlamento europeo ratificare altri accordi commerciali che contribuiscano all’aggravamento della globalizzazione degli scambi e all’aumento delle emissioni di gas a effetto serra?

VOTATE NO ALLA RATIFICA DEI DUE ACCORDI EU-VIETNAM

Note

(1) Oltre a questa iniziativa congiunta, numerose ONG vietnamite e internazionali hanno già chiesto al Parlamento europeo di rinviare degli accordi UE-Vietnam: https://www.hrw.org/news/2019/11/04/joint-ngo-letter-eu-vietnam-free-trade-agreement

(2) Il testo completo dell’accordo è disponibile qui: http://trade.ec.europa.eu/doclib/press/index.cfm?id=1437

(3) Ad esempio, l’art. 2.5.6 del testo del Vietnam, che manca nel CETA, crea una nuova scappatoia legale che amplia in modo significativo la possibilità per gli investitori di presentare richieste di arbitrato: allo stesso modo, la portata dell’articolo 2.5.4 nel testo del Vietnam è più ampia dello stesso articolo nel CETA (Art. 8.10.4). Alcune delle garanzie – anch’esse labili -introdotte nel testo del CETA, come l’articolo 8.10.7, mancano del tutto nel proposto accordo di investimento con il Vietnam

Il governo accelera su TTIP e Mercosur, StopTTIP chiama una conferenza stampa alla Camera

Il governo accelera sui trattati tossici. Stop TTIP chiama una conferenza stampa

Roma, 11 febbraio 2020 ore 10 @ Sala Stampa Camera dei Deputati, via della Missione 8

#STOP TTIP – Richieste e domande al Governo di associazioni, sindacati, contadini, produttori sul nuovo negoziato commerciale europeo con gli Stati Uniti. Interrogazioni e mozioni dei Parlamentari italiani


Intervengono:
Associazione rurale italiana – Antonio Onorati; Associazione per l’agricoltura biodinamica – Carlo Triarico; AIAB – Giuseppe Romano; CGIL – Giacomo Barbieri; Movimento Terra Contadina – Elisa d’Aloisio; Federbio – Maria Grazia Mammuccini; Greenpeace – Federica Ferrario; ISDE; Navdanya International – Manlio Masucci; Slow Food – Paolo Venezia; Terra! – Fabio Ciconte

i Parlamentari firmatari di interrogazioni e mozioni sul tema
alla Camera: Sara Cunial (Misto); Stefano Fassina (LeU); Lorenzo Fioramonti (Misto); Rossella Muroni (LeU)
al Senato: Saverio De Bonis (Misto); Loredana De Petris (LeU); Carlo Martelli (Misto); Paola Nugnes (Misto) 

modera
Monica Di Sisto, Fairwatch – Campagna StopTTIP/CETA Italia

Nel 2015 un’imponente mobilitazione di organizzazioni ambientaliste, associazioni della società civile, sindacati, movimenti contadini, produttori e consumatori di tutta Europa e negli Stati Uniti portò all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni i rischi per la salute pubblica, l’occupazione, l’ambiente, il cibo, la produzione italiana, la biodiversità, i diritti fondamentali, i servizi pubblici e la democrazia presentati dal Trattato transatlantico di liberalizzazione commerciale tra USA e UE (TTIP). Il negoziato subì una pausa con l’elezione di Trump, ma proseguì sotto traccia fino all’estate scorsa, quando Junker volò a Washington e sottoscrisse un accordo di principio per ricominciare a negoziare, sotto la minaccia di una pioggia di dazi. Ora la nuova Presidente della Commissione Ursula von der Leyen non soltanto accelera per un nuovo accordo da realizzare entro poche settimane, ma appoggia la richiesta di Trump perché si negozi sull’agricoltura, argomento escluso nel mandato conferitole dai Governi dell’UE.
In assenza di alcun impegno concreto sui dazi già imposti da parte di Trump, l’UE sembra disposta a cedere su un trattato che disinneschi per sempre il Principio di precauzione, forzi le regole europee attualmente in vigore su pesticidi, OGM e NBT, apra – al di fuori di ogni controllo democratico e parlamentare – un canale permanente di negoziato transatlantico sugli standard di protezione sociale, ambientale e di sicurezza alimentare che sono il più grande ostacolo, attualmente, all’arrivo di merci USA nel mercato europeo. Né si pensa di procedere a una preventiva valutazione dell’impatto di un possibile accordo sulla sostenibilità sociale e ambientale e sulla quantità e qualità dell’occupazione e delle produzioni coinvolte
Il Governo italiano precedente non ha discusso la sua posizione con le parti sociali – neanche con il Parlamento italiano – prima di concedere il nuovo mandato negoziale, e quello attuale tace sull’accelerazione presente. La ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, incontrando il collega americano Sonny Perdue, si è addirittura mossa al di fuori del perimetro del mandato europeo che esclude l’agricoltura dalle trattative. Questa mancanza di trasparenza è inaccettabile per le organizzazioni della società civile: ci appelliamo al Parlamento perché insieme a noi ottenga un vero dialogo, che tenga conto delle preoccupazioni dei cittadini e delle parti sociali, un ripensamento complessivo delle politiche commerciali nazionali nel contesto europeo, accompagnato da una valutazione d’impatto dei singoli trattati e del loro effetto combinato sul nostro Paese, ma soprattutto maggiore trasparenza su temi così importanti che colpiscono il cuore del sistema dei diritti e delle regole condivise e difese nel nostro Paese.

L’Italia dica no al nuovo TTIP: il Governo non svenda la sicurezza del nostro cibo sotto il ricatto dei dazi di Trump!

Il ministro USA dell’Agricoltura da oggi a Roma chiede l’azzeramento del Principio di precauzione e il via libera a cibo ai pesticidi e OGM. Conte rispetti gli impegni presi a Assisi e sul Green New Deal

L’amministrazione USA lo ha affermato senza ritegno: l’Europa è nel mirino laser di Trump perché chiuda in poche settimane un accordo commerciale con gli Stati Uniti che metta le mani sulle regole e i principi più preziosi per la nostra sicurezza alimentare: il Principio di precauzione. Senza un dibattito pubblico né il coinvolgimento dei Parlamenti sotto il ricatto di nuovi dazi, grazie alla pressione decisiva del settore dell’auto tedesco, ci chiede di ingoiare il TTIP (Trattato Transatlantico di facilitazione commerciale) già rigettato da milioni di cittadini europei e centinaia di sindacati, produttori, organizzazioni della società civile e ambientaliste.

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Corporation VS clima: il nuovo rapporto

In occasione del World Economic Forum, Fairwatch, Terra! e Cospe, nell’ambito della Campagna StopTTIP/CETA e dell’iniziativa europea Stop ISDS, lanciano un nuovo rapporto

Così le compagnie fossili denunciano gli Stati per bloccare la transizione ecologica

I dati raccolti dalle tre organizzazioni tracciano un quadro allarmante: cresce il numero delle imprese inquinanti che fanno causa ai governi contro le norme sul clima e l’ambiente. Teatro di queste controversie sono le corti arbitrali, dove regnano l’opacità e il conflitto di interessi. Nel 2020 le cause in tutto il mondo supereranno quota 1000.

In occasione del World Economic Forum di Davos, Fairwatch, Terra! e Cospe lanciano “Processo al futuro”, un nuovo rapporto di denuncia che rivela la strategia delle compagnie fossili per bloccare o rallentare la transizione ecologica. Sempre più spesso, infatti, le grandi imprese attaccano la legislazione ambientale tramite l’arbitrato internazionale, un sistema di corti sovranazionali non trasparenti a disposizione del settore privato. Grazie a questo vero e proprio sistema giudiziario parallelo, le aziende possono chiedere compensazioni miliardarie agli Stati che promuovono leggi lesive dei loro profitti, anche se queste politiche vanno in direzione dell’interesse pubblico o della lotta al cambiamento climatico. In un processo senza giuria né pubblico, davanti a tre avvocati commerciali, i governi devono difendere moratorie sulle trivellazioni, piani di uscita dal carbone o dall’energia nucleare. E spesso perdono la causa o sono spinti a patteggiare per evitare risarcimenti troppo onerosi. Ma spesso il patteggiamento comporta il ritiro delle proposte di legge o l’indebolimento dei piani climatici, con grave danno per i cittadini e l’ambiente.

“L’esistenza di questi tribunali semi-segreti è possibile grazie a migliaia di accordi sul commercio e gli investimenti che gli Stati hanno firmato in questi anni – spiega Monica Di Sisto, vice presidente di Fairwatch e portavoce della Campagna Stop TTIP/CETA – Con questa nuova indagine vogliamo dimostrare che l’agenda commerciale italiana ed Europea oggi è incompatibile con il Green New Deal proposto nelle scorse settimane. Bisogna invertire le priorità fra business e i diritti umani, e i signori di Davos devono essere fermati”.

La clausola di protezione degli investitori (ISDS – Investor-to-State Dispute Settlement) è infatti un punto cardine della maggior parte dei 3 mila trattati commerciali in vigore fra due o più Paesi. Gli ultimi dati disponibili – anche se molte cause rimangono secretate – raccontano che le imprese l’hanno utilizzata 983 volte per trascinare alla sbarra governi “colpevoli” di proporre politiche sgradite. Un numero che nel 2020, stando ai trend attuali, supererà quasi certamente quota 1000. Ad oggi, sono 322 le cause ancora in attesa di sentenza. Delle 677 passate in giudicato, ben 430 hanno visto un successo totale o parziale delle aziende (191 risolte in favore dell’investitore, 139 chiuse con un patteggiamento), 230 hanno visto scagionare lo Stato, 73 sono state sospese e 14 chiuse senza l’attribuzione di un risarcimento. Nella gran parte dei casi, il Paese denunciato (l’ISDS è un sistema a senso unico, in base al quale uno Stato può solo comparire come imputato, mai nelle vesti dell’accusa) ha pagato almeno le spese legali, che mediamente ammontano a 8 milioni di euro ma possono lievitare fino a 30.

Organizzazioni della società civile e movimenti in tutto il mondo si oppongono all’ISDS perché, soprattutto negli ultimi venticinque anni, ha determinato un numero crescente di cause pretestuose, con imprese che hanno preso di mira leggi sulla tutela del lavoro, dei servizi pubblici e dell’ambiente.

“È proprio la legislazione ambientale a trovarsi oggi sotto attacco diretto delle multinazionali del fossile – aggiunge Francesco Panié, ricercatore dell’associazione Terra! tra gli autori del rapporto – Mentre l’Italia e l’Unione Europea si trovano a dover fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico, i giganti dell’inquinamento remano contro, usando i tribunali arbitrali come clava per bloccare o rallentare l’azione per il clima”.

In particolare, il Trattato sulla Carta dell’Energia è il più invocato dagli investitori per avviare contenziosi contro i governi: ben 128 cause arbitrali sono state mosse impugnando questo accordo. Il rapporto “Processo al futuro” elenca una serie di casi emblematici in cui diversi Paesi tra cui Italia, Francia, Olanda e Svezia sono stati bersaglio di richieste di risarcimento avanzate da compagnie energetiche dei settori di carbone, gas e petrolio. In particolare, l’Italia potrebbe trovarsi nel 2020 a dover pagare fino a 350 milioni di dollari alla Rokchopper, compagnia petrolifera britannica che nel 2017 ha fatto ricorso in arbitrato contro l’introduzione del divieto di trivellazioni entro le 12 miglia marine.

“Di fronte a questo scandalo l’Unione europea non sta facendo abbastanza – dichiara Alberto Zoratti, ricercatore del Cospe tra gli autori del rapporto – Invece di eliminare l’ISDS dai trattati sugli investimenti, sta negoziando a Vienna in questi giorni una proposta per trasformarlo in una Corte internazionale permanente che diventerebbe a tutti gli effetti un tribunale mondiale per le grandi imprese. Questo non è accettabile”.

Questo processo, che si svolge nell’ambito della Commissione ONU per il diritto commerciale internazionale (UNCITRAL), va in direzione opposta a quanto chiedono centinaia di esperti, organizzazioni e giuristi.

“Bisogna mettere fine al sistema dell’ISDS ed eliminarlo dagli accordi commerciali già conclusi – dichiara Nicoletta Dentico, di Society for International Development e tra gli autori del rapporto – Nel frattempo, l’Unione Europea deve lavorare per concludere un ambizioso trattato vincolante dell’ONU su imprese e diritti umani, che obblighi il settore privato a rispondere delle violazioni perpetrate lungo la filiera e aiuti le comunità colpite da attività impattanti ad ottenere giustizia. Finora Bruxelles ha usato due pesi e due misure, supportando strumenti come l’ISDS, che rafforzano il potere delle corporation, e contrastando l’accordo a difesa dei diritti e dell’ambiente. Senza un’inversione di priorità, la crisi ecologica e sociale non potrà che farsi più acuta”.

In piazza per il clima e contro i trattati, 20 anni dopo Seattle

La campagna Stop TTIP Italia aderisce al quarto sciopero globale per il clima indetto da Fridays For Future per il 29 novembre e rilancia la pressione sulle istituzioni: serve una opposizione definitiva ai trattati di libero scambio, a partire dal CETA e dall’accordo UE-Mercosur. Il primo va bocciato subito da un voto del Parlamento italiano, il secondo va respinto dal Consiglio e dal Parlamento Europeo. Dev’essere chiaro che non può esistere alcun green new deal senza una chiara inversione di rotta rispetto a un’agenda commerciale nazionale e comunitaria incompatibile con il clima, l’ambiente e il lavoro.

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Dieci giorni di proteste contro lo strapotere delle grandi imprese

Lo “Scopino d’Oro” consegnato da Roma a Udine, da Venezia a Cuneo e contro le trivelle in Basilicata

Dieci giorni di iniziative, dal 12 al 23 Ottobre, si sono aggiunti, dall’Italia, al fitto calendario europeo per protestare contro l’arbitrio delle grandi imprese e delle multinazionali, difeso sempre di più nei trattati commerciali internazionali con clausole arbitrali come ICS/ISDS, e per chiedere un Trattato vincolante delle Nazioni Unite per proteggere i diritti di lavoratori e cittadini lungo tutta la loro catena produttiva.

Ora bisogna accelerare la raccolta delle firme che verranno consegnate a Gennaio al Forum Economico di Davos https://stop-ttip-italia.net/diritti-per-le-persone-regole-per-le-multinazionali/

A Udine il 12 Ottobre il Comitato Stop TTIP di Udine ha dato vita a una giornata di presidio informativo e di raccolta firme presso v. Canciani

A Cuneo, sempre il 12 Ottobre, Anselme Bakudila di Slow Food ha partecipato per la Campagna Stop TTIP Italia alla Festa in Rosso insieme a ARI e un rappresentante dei Fridays for Future

A Roma, sempre il 12 Ottobre, con la Comunità Ecuadoriana in Italia e la Flai Cgil, ospiti di Rifondazione Comunista e armati di scopino, abbiamo discusso di Amazzonia, di Eu-Mercosur e del ruolo delle multinazionali locali e straniere nello scacchiere latinoamericano

Ancora a Roma, il 16 Ottobre, abbiamo presentato alla Sala Stampa della Camera dei Deputati il World Food Day insieme ai rappresentanti della Società civile nel Comitato per la Sicurezza alimentare della FAO, un attivista dei Fridays for Future di Roma, le associazioni Terra Nuova e Fairwatch, spiegando, tra l’altro, la richiesta di Coerenza tra le politiche agricole, commerciali e della Cooperazione italiana, e i risultati della visita del Comitato per lo Sviluppo dell’OCSE (DAC) nel merito.

Di seguito il video https://videos.files.wordpress.com/JT7w7xAJ/conf-stampa-16ott19_hd.mp4

Il 20 Ottobre a Venezia con le Mamme No Pfas abbiamo chiesto la bonifica immediata dei terreni contaminati dalla Miteni, scopini alla mano

Infine a Roma, il 23 ottobre, il Coordinamento Nazionale No Triv ha presidiato Palazzo Chigi, sempre scopino alla mano, contro il rinnovo automatico della Concessione Val d’Agri e contro l’avvio dell’attività a Tampa Rossa in Basilicata

Mobilitiamoci contro i trattati tossici e l’impunità delle multinazionali

Dal 12 al 19 ottobre in tutta Europa decine di iniziative #StopCETA, #StopRi-TTIP, #StopMercosur, #NoISDS. Fotografa e vota il tuo “Scopino d’oro”

Scarica qui il volantino con tutte le istruzioni

Dal 12 al 19 ottobre celebriamo in tutta Europa la Settimana europea di mobilitazione contro i trattati tossici di liberalizzazione commerciale, gli arbitrati che contengono a servizio delle multinazionali e per un trattato vincolante Onu che permetta di mettere fine alla loro impunità in tutti gli angoli del Globo.

Per l’Italia cominciamo il 12 Ottobre a Roma, Udine e Cuneo. E concentriamo l’attenzione dei media il 16 Ottobre, Giornata Mondiale Fao dell’Alimentazione, sempre a Roma, quando verifichiamo con i giovani dei Fridays for future, contadine, contadini, parlamentari e giornalisti, la coerenza del nostro Paese rispetto al Green New Deal che tutti, a parole, si impegnano ad avviare al più presto. Poi a sorpresa, entro il 19, moltiplicheremo insieme selfie, improvvisate e azioni social con “Lo scopino d’oro” per chiarire che non c’è lotta ai cambiamenti climatici, e futuro per il pianeta, senza regole chiare e stringenti per le più grandi aziende che monopolizzano i mercati e la storia da troppi anni indisturbate.

Concentriamo in questi giorni la raccolta delle firme per il Trattato Onu #StopISDS, che ha già superato le 600mila adesioni in tutta Europa https://stop-ttip-italia.net/diritti-per-le-persone-regole-per-le-multinazionali/

Vi diamo appuntamento:

Il 12 Ottobre alle 17.30 a Roma presso la Sala Bianca in v. Flaminia, 53 per l’incontro “Dal Mercosur al cambiamento climatico, dall’Amazzonia ai migranti ambientali” Link

Il 12 Ottobre a Udine, dalle ore 16.00 alle ore 19.00 con un presidio e banchi informativi su Tribunali arbitrali e trattati tossici in via Canciani, all’ incrocio con Galleria Bardelli Link

Il 12 Ottobre a San Rocco Castagnaretta/Cuneo alle ore 16.00 presso La Cascina in via San Maurizio 72, con l’evento “Se il clima fosse una banca, l’avrebbero già salvato”. Link

Il 16 Ottobre a Roma alle ore 11.00 presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati “Green new deal: l’Italia è coerente con questo obiettivo? La parola ai giovani e ai contadini di tutto il mondo” Link

UE-Mercosur: il futuro al rogo

In un nuovo report della nostra Campagna, perché l’Italia deve seguire l’Austria e dire no al nuovo trattato tossico che minaccia l’Amazzonia

Mentre in tutto il mondo le ragazze e i ragazzi dei Fridays for future chiedono a milioni in piazza ai propri Governi di proteggere il loro futuro dai cambiamenti climatici, la Commissione europea vuole forzare un vecchio accordo un’Argentina al collasso, il Brasile del negazionista climatico Bolsonaro, Uruguay e Paraguay. Un trattato di liberalizzazione selvaggia. quello EU-Mercosur, che alimenta una concorrenza sleale contro i produttori europei – tutti concordi, per una volta, a chiederne lo stop – a spese della nostra salute e del polmone verde del mondo, l’Amazzonia.

Il report “Il futuro al rogo” viene lanciato dalla Campagna Stop TTIP/CETA Italia in occasione dello sciopero globale contro i cambiamenti climatici, come contributo alla riflessione su come un commercio senza regole possa, ancora una volta, vanificare tutti gli sforzi per contenere l’emergenza sociale e ambientale che dilaga nel pianeta. Denunciamo, inoltre, come l’Europa non debba e non possa esporre a maggiori rischi attivisti, donne, giovani, contadini e indigeni che soprattutto in Brasile si battono e muoiono per difendere l’Amazzonia dall’aggressione dell’agribusiness e dei padroni delle miniere.

Nonostante la Commissione Europea sia stata rinnovata e la neopresidente Ursula Von Der Leyen abbia posto tra gli obiettivi cardine del suo mandato un Green Deal per l’Europa, il suo Commissario al Commercio Phil Hogan ha difeso strenuamente la positività dell’accordo con i paesi del Mercosur. Il tutto, nonostante il governo del suo paese d’origine, l’Irlanda, abbia minacciato la bocciatura della ratifica per gli impatti ambientali e sull’agricoltura nazionale.
L’Austria si è spinta oltre, votando un atto parlamentare di indirizzo vincolante per il governo, che lo obbliga a mettere il veto al tavolo del Consiglio dell’UE quando, nella seconda metà del 2020, dovrà dare un parere sulla ratifica.
L’Italia dovrebbe agire nella stessa direzione: Governo e Parlamento riempiano di contenuto i tanti annunci fatti sull’ambiente e il clima, bocciando subito l’accordo già concluso con il Canada (CETA) e mettendo un veto in Europa sul trattato con il Mercosur.

Il Comunicato stampa con le nostre richieste

EU MERCOSUR: l’Austria boccia il trattato. Stop TTIP CETA Italia: “ora che l’Italia faccia la sua parte”

Dopo la presa di posizione del Parlamento irlandese, un secco no al trattato di liberalizzazione commerciale tra Unione Europea e Mercosur è stato votato dal Parlamento austriaco il 18 settembre scorso, marcando una netta discontinuità con l’agenda europea che fino a oggi ha concluso negoziati su negoziati, senza alcuna attenzione a pesanti impatti sociali e ambientali che tali accordi portano con sé. Tutte le forze politiche hanno deciso di dare voce alle preoccupazioni della società civile, soprattutto dopo il disastro ecologico che sta vivendo il Brasile con migliaia di ettari di Amazzonia distrutti, le politiche sconsiderate del presidente Bolsonaro, per nulla rispettose dei diritti umani e delle comunità indigene, e il rischio di una deroga agli alti standard agroalimentari, sociali e ambientali dell’Unione Europea.
Il Governo austriaco, a questo punto, non avrà altra scelta se non mettere il veto in uno dei prossimi Consigli Europei, quando verrà messa in votazione la ratifica del trattato.
“Un passo avanti notevole” commenta Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP CETA Italia, “che rende merito alle posizioni critiche delle organizzazioni e delle reti della società civile che da più di due anni chiedono il blocco del negoziato per le stesse preoccupazioni espresse dal Parlamento europeo. Ci aspettiamo una chiara presa di posizione anche da parte del Parlamento e del Governo italiano” conclude Di Sisto, “perchè va imposto un deciso cambio di rotta all’agenda di liberalizzazioni commerciali dell’Unione Europea, mettendo al centro la priorità della salvaguardia ambientale, della lotta al cambiamento climatico e all’esclusione sociale. Il Parlamento austriaco ha dimostrato che si può fare. Che l’Italia adesso faccia la sua parte, soprattutto ora alla vigilia dello sciopero globale per il clima dei Fridays del 27 settembre nel momento in cui il nostro governo si propone di mettere in campo un Green New Deal, accogliendo almeno in parte la richiesta dei ragazzi”.
Tutte le ragioni per fermare l’ennesimo trattato tossico sono indicate nel rapporto “EU Mercosur – Il futuro al rogo” appena pubblicato dalla campagna Stop TTIP/CETA Italia e in fase di lancio in corrispondenza delle mobilitazioni della prossima settimana.

Amazzonia, serve un segnale: stop all’accordo UE-Mercosur

Il 17 giugno scorso oltre 300 organizzazioni e reti internazionali, tra cui la campagna Stop TTIP Italia, hanno chiesto lo stop al negoziato tra Unione Europea e i paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay). Oggi il richiamo alla politica arriva anche dai giovani di Fridays For Future.
Tra le motivazioni c’è un chiaro riferimento al possibile impatto sui diritti delle comunità indigene e sull’Amazzonia, minacciate dagli interessi dell’agribusiness per la coltivazione estensiva di soia, di zucchero e per l’allevamento bovino.

Secondo il Ministero dell’Economia brasiliano l’accordo UE-Mercosur aumenterebbe il PIL del Brasile di oltre 87 miliardi di dollari in 15 anni, arrivando a 125 miliardi se si considera la riduzione delle barriere non tariffarie (quindi standard e regolamentazioni) e la crescita della produttività dovuta ad alcuni fattori specifici. Tra questi l’aumento delle quote di importazione europee e la riduzione delle tariffe per alcuni settori – carne e materie prime agricole in particolare – che hanno bisogno di terreno disponibile e libero dagli alberi.

L’aumento dei roghi in Amazzonia in questi primi sei mesi dell’anno, (ad oggi sono oltre 75 mila, il doppio di quelli registrati nello stesso periodo del 2018), ha portato alla distruzione di oltre 225 mila ettari di foresta, oltre il doppio dell’anno precedente. Soltanto nel maggio del 2019, in 31 giorni, sono stati persi 739 km quadrati di foresta, corrispondente a due campi di calcio al minuto. Tutto terreno che si libera per l’allevamento, con la potente lobby agricola del Brasile felicissima alla prospettiva di aumento delle esportazioni agroalimentari di carne e soia in UE e in Cina (quest’ultima infatti cerca di diversificare le sue enormi importazioni di soia, evitando l’acquisto dagli USA con cui ha ingaggiato una guerra commerciale). Una lobby che sente di poter agire nella piena impunità, dal momento che il presidente Bolsonaro l’ha favorita con una progressiva rimozione di regolamentazioni ambientali in Brasile.

Nonostante la Commissione Europea si ostini a sostenere l’accordo, definendolo come uno strumento che rinforza l’Accordo di Parigi sul clima, Paesi come l’Irlanda e la Francia hanno promesso di bloccarne l’approvazione. Ad oggi, però, dalle stanze di Bruxelles ciò che filtra è solamente un potenziale bando all’importazione di carne brasiliana, questione che forse verrà affrontata alla prossima riunione della Commissione Commercio del Parlamento Europeo (INTA Committee) ai primi di settembre.

Ma al di là delle posizioni dettate dall’emergenza, è la sostanza del trattato a essere inaccettabile: il capitolo su commercio e sviluppo sostenibile, notevolmente più ampio di quelli previsti in accordi simili con altri Paesi, prevede chiari riferimenti alle convenzioni ambientali come l’Accordo di Parigi sul clima, la Convenzione sulla biodiversità (CBD), i testi sulla tutela forestale o sulle specie animali, ma non prevede nessun meccanismo sanzionatorio in caso non venissero rispettati gli accordi, anzi lo esclude in modo esplicito. Il trattato, approvato dalle parti, è entrato nel processo di legal scrubbing, la correzione di bozze che lo porterà nella sua versione ultima alla nuova Commissione Europea e al Consiglio Europeo per la approvazione definitiva. Solo dopo toccherà al Parlamento Europeo e ai Parlamenti nazionali votare la ratifica finale.

Alle parole, adesso, devono arrivare i fatti: le centinaia di migliaia di ettari di foresta non saranno facilmente recuperabili in breve tempo, ma per evitare un danno ancora peggiore bisogna bloccare il processo di approvazione dell’accordo. Occorre una presa di posizione chiara e definitiva sull’insostenibilità di un trattato che già nel testo dà priorità alle questioni commerciali rispetto alla tutela ambientale e dei diritti delle persone.
Un voto contrario al Parlamento Europeo, un veto al Consiglio e un’opposizione nei Parlamenti nazionali sono la risposta più efficace, al di fuori della retorica del momento e per dare voce a una vera agenda alternativa e sostenibile sul commercio internazionale.

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