Italia condannata dal tribunale delle multinazionali

Il tribunale delle multinazionali condanna l'Italia a pagare 10 milioni di euro in una causa #ISDS

L’Italia perde ancora in un arbitrato internazionale. La recente sentenza emessa da tre avvocati commerciali è l’amaro epilogo di una causa intentata dalla società olandese CEF Energia BV al nostro paese presso la Camera di commercio di Stoccolma.

I dettagli della vicenda li spieghiamo più avanti, ma il succo è che dobbiamo pagare di 10,6 milioni di euro di multa per aver ridotto gli incentivi alle rinnovabili cinque anni fa: non importa se abbiamo dovuto fare questi tagli per rispettare vincoli di bilancio imposti dall’austerity della Commissione Europea. Non fa testo alcuna discussione sull’opportunità o meno di continuare a sussidiare il fotovoltaico. Agli arbitri non interessa: i contribuenti italiani dovranno sborsare quei 10,6 milioni di sudati euro all’impresa che si è appellata alla clausola ISDS contenuta nel Trattato sulla Carta dell’Energia. L’ISDS (Investor-State Dispute Settlement) è il meccanismo di composizione delle controversie fra investitori e stati presente in molti accordi sul commercio e gli investimenti, tra cui i ben noti TTIP e CETA. Permette alle imprese di un paese contraente di chiedere danni virtualmente illimitati a un altro stato firmatario se questo – con le sue politiche – ha violato le loro “legittime aspettative” di profitto.

Le cause vengono affidate a opachi tribunali commerciali, retti da pochi professionisti su cui grava l’ombra del conflitto di interessi, che operano fuori dal controllo pubblico (leggi il rapporto di Stop TTIP Italia sull’ISDS). I tribunali di arbitrato si distinguono per un evidente sbilanciamento in favore dei privati: solo le imprese infatti possono avviare una causa, aggirando le corti nazionali del paese ospitante, mentre gli stati possono soltanto comparire in veste di imputato. Gli “arbitri” vengono remunerati in base alle cause che dirimono, perciò sono invogliati a emettere sentenze che invoglino le imprese a consultarli ancora.

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In quest’ultimo caso che ha coinvolto l’Italia, la condanna è arrivata per il taglio retroattivo agli incentivi sul fotovoltaico che l’allora governo Renzi effettuò con il decreto Spalma Incentivi. CEF Energia BV aveva investito in tre distinti progetti fotovoltaici (“Megasol”, “Enersol” e “Phoenix”) nel nostro paese, che hanno beneficiato delle agevolazioni. Il decreto Spalma Incentivi avrebbe ridotto il sussidio del 6-8%. Mentre decine di imprese italiane colpite dalla stessa misura hanno potuto fare ricorso soltanto alle corti nazionali, la società olandese ha potuto beneficiare dell’arbitrato, riservato agli investitori esteri. Nel 2015 ha sporto denuncia e nel gennaio 2019 è arrivata la condanna. A darne notizia, soltanto qualche giorno fa, è stata una rivista specializzata.

L’Italia ha provato a difendersi: una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea, infatti, ha stabilito che l’arbitrato fra Stati membri è incompatibile con il diritto dell’Unione. Ma gli arbitri della causa CEF Energia BV vs Italia hanno fatto orecchie da mercante perché l’oggetto del contendere, in questo caso, non era il diritto dell’Unione ma una legge nazionale. Una interpretazione al limite e non condivisa da tutti e tre gli arbitri. Un’interpretazione che però rischia di fare letteratura, proprio quando si avvicina l’epilogo di un altro pericoloso caso ISDS intentato contro il nostro paese ai sensi del Trattato sulla Carta dell’Energia: quello che vede la società petrolifera britannica Rockhopper chiedere fino a 350 milioni di euro all’Italia per averle vietato di trivellare entro le 12 miglia marine.

Dopo la Spagna, il nostro è il paese più colpito da una scarica di arbitrati internazionali nell’ambito del Trattato sulla Carta dell’Energia e sul finire del 2018 ha perso la sua prima causa: 7,4 milioni di euro da sborsare alla danese Greentech Energy Systems (ex Athena Investments) per aver cambiato la normativa sugli incentivi alle rinnovabili nel 2014. La Carta dell’Energia è in vigore dal 1998 ed oggi conta 48 paesi firmatari in tutto il mondo, più l’Unione europea e la Comunità europea dell’energia atomica. Secondo i dati ufficiali, per 11 volte l’Italia è stata bersaglio di investitori scontenti delle politiche pubbliche, nel tentativo di recuperare denaro grazie alla clausola ISDS contenuta nel trattato.

Che si tratti di un sistema lucroso e sbilanciato lo dimostrano i numeri, sempre in crescita. Secondo l’ultimo dossier della Conferenza ONU sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), nel 2018 sono stati aperti almeno 71 procedimenti, raggiungendo complessivamente quota 942. Si tratta di un record, che potrebbe portare entro la fine dell’anno a sfondare la soglia del migliaio. Sono 117 i paesi finiti alla sbarra almeno una volta nei tribunali arbitrali. Sempre nel 2018, l’UNCTAD ha censito 50 cause arrivate a sentenza: circa il 70% delle decisioni (fra quelle di giurisdizione e quelle di merito) hanno visto trionfare i privati.

La Campagna Stop TTIP ha sempre criticato radicalmente l’ISDS, un meccanismo lesivo della sovranità democratica. Il rischio di compensazioni monetarie troppo alte spaventa infatti molti governi, al punto che la minaccia di un arbitrato può spingerli a rinunciare a legislazioni avanzate e basate sul principio di precauzione. Il decreto Spalma Incentivi non aveva simili caratteristiche, anzi: si trattava di una misura contestabile. Tuttavia tutti gli investitori italiani avevano come una via per ottenere giustizia le corti nazionali, mentre quelli esteri hanno beneficiato di un sistema viziato e non trasparente come l’arbitrato internazionale, utilizzato anche da gruppi spregiudicati per contrastare politiche ambientali e sociali progressive.

Qual è la risposta politica a queste ingerenze? Abbandonare i trattati di libero scambio il prima possibile, come ha fatto l’Italia nel 2016 con la Carta dell’Energia. Tuttavia, gli investimenti esteri restano coperti da ISDS per vent’anni dopo l’uscita. Un segnale più forte consisterebbe nel bocciare gli accordi commerciali come il CETA (UE-Canada), ancora in attesa della ratifica parlamentare. Una ratifica che farebbe entrare in vigore proprio la temibile clausola ISDS. Finora il governo ha avuto paura di decidere, mentre la maggioranza in Parlamento non ha avuto la forza di portare in votazione il CETA per mandarlo in frantumi.

Pubblicato il 30 Maggio 2019, in Blog con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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