Chi dice CETA dice Trump e inquinamento: lo conferma il presidente canadese Trudeau

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Mentre i Parlamentari europei che sostengono il trattato di liberalizzazione con il Canada CETA lo presentano – con una certa sfacciataggine – come un importante strumento anti-Trump, e inventano presunti vantaggi economici per l’Europa del tutto campati per aria, il Canada sostiene Trump nei suoi peggiori arretramenti, a partire  da quelli contro l’ambiente. Ma cominciamo da Bruxelles.

di Monica Di Sisto

Il relatore che accompagnerà il trattato di liberalizzazione commerciale CETA al voto del Parlamento europeo il prossimo 15 febbraio è l’europarlamentare popolare Artis Pabriks. Avvicinandosi la scadenza della votazione, e aumentando la pressione delle migliaia di email contrarie che quotidianamente fluiscono nelle email, il prode Pabriks, da sempre supertifoso del trattato, ha convocato una conferenza stampa a nome dell’intero gruppo EPP nella sede di Bruxelles nella quale ha dato in pasto alla stampa una mirabolante percentuale: riducendo le tariffe sulle esportazioni di circa mezzo miliardo di euro, il CETA aumenterà il commercio tra Europa e Canada di circa il 20%[i]. Un numero super-impressionante, date le scarse performance delle esportazioni europee nel loro complesso, ma soprattutto un numero che nessuno di noi “secchioni dei trattati” aveva mai avuto il piacere di riscontrare.

Era già da qualche giorno che i nostri colleghi con base a Bruxelles segnalavano gruppi di rappresentanti canadesi del business, con i loro inconfondibili accenti, aggirarsi nei corridoi dell’Europarlamento. Tutti ci chiedevamo: perché girellano nella stagione delle piogge in uno degli edifici più brutti della capitale. Il pensiero malevolo, sorto spontaneo, è che qualcuno fosse arrivato d’Oltreatlantico in soccorso del partito pro-CETA con qualche “aiutino” numerico. Un Viagra dei coefficienti che, però, era del tutto inedito per tutti noi. Armati d’umiltà e dei testi di riferimento, però, ci siamo rimessi a fare i conti, per capire da dove venisse quella benedizione liberista da noi capziosamente misconosciuta.

L’unico dato quantitativo ufficiale sul quale si basa il negoziato è quello sancito dallo studio congiunto redatto nel 2009 dalla Commissione Europea e dal Governo canadese, al lordo del valore della Brexit. In effetti in quello studio si registra che l’esportazione totale di beni e servizi europei verso il Canada con il CETA crescerebbe del 24%, ma che anche il flusso di merci e servizi dal Canada verso l’Europa crescerebbe del 21% (p. 59). Per questo, quando si passa a quantificare l’effetto economico dei flussi, si parla di un aumento massimo una tantum del Pil europeo dello 0,08 a fronte di una riduzione delle tariffe (oggi già mediamente basse) dello 0,03%[ii] Lo studio,  ripetiamo, pre-Brexit quindi sicuramente sovradimensionato, prevede nello scenario più ottimistico un aumento del Pil nazionale di 10,5 miliardi di euro l’anno, ossia di 44 centesimi per ciascun cittadino europeo alla settimana, il che equivale a una tazzina di caffè economica a testa e ogni due settimane e mezzo. Per calcolare questo mezzo disastro, peraltro, si ricorre al metodo di calcolo Cge usato dalla Banca Mondiale, che non tiene conto degli effetto secondari dell’aumento e della contrazione dei flussi commerciali (leggi, ad esempio, concorrenza, chiusura di stabilimenti, disoccupazione). Quando si usano questi metodi più complessi, utilizzati dalle agenzie delle Nazioni Unite come l’Unctad, si scopre che col CETA in Europa si arriveranno a perdere almeno 204 000 posti di lavoro, dei quali 45 000 in Francia, 42 000 in Italia e 19 000 in Germania[iii].

Se pensiamo, per di più, a quanto rappresenti questo presunto (e rischioso) aumento delle esportazioni verso il Canada nel più ampio quadro del totale del flusso delle esportazioni europee, esso rappresenterebbe al massimo una crescita tra lo 0,05% e lo 0,07% nel totale delle esportazioni europee. Stiamo parlando, dunque, di un successo economicamente del tutto discutibile, se inquadrato in una prospettiva macroeconomica, a fronte di una perdita cerca di oltre 40mila posti di lavoro solo nel nostro disastrato Paese.

C’è però chi, in questa confusa fase politica della nostra Europa, oltre a truccare i numeri sta spacciando l’alleanza dell’Europa con il Canada come una mossa furba e progressista in una più ampia strategia di contrasto al Trumpismo destrorso e passatista. Niente di più malinformato e ballista.

Trump infatti, pochi giorni fa, ha sbloccato la costruzione dell’Oleodotto Keystone XL, stoppato dal presidente Obama come segno tangibile della svolta ambientalista degli Stati Uniti sotto la sua amministrazione. E chi ha trovato, a Nord, a fargli la ola con grande giubilo? Proprio quel primo ministro canadese Justin Trudeau che è stato invitato dal Parlamento europeo a Strasburgo per assistere al via libera al CETA, e che ha immediatamente salutato con felicità, a mezzo stampa, l’orrida scelta di Trump: “Il primo ministro Justin Trudeau – si legge nel comunicato stampa ufficiale del Governo canadese – è fortemente in favore della decisione di Donald Trump di accendere il semaforo verde al progetto per l’oleodotto Keystone XL[iv]”.

Non importa se Donald Trump l’abbia svillaneggiato su Twitter definendolo “il peggior presidente che il Canada abbia mai avuto” (la foto in testa all’articolo lo testimonia). Trudeau ingoia e batte le mani. Il progetto, che vale 8 miliardi di dollari, consentirebbe di trasportare fino a 800mila barili di sabbie bituminose estratte in Canada da Alberta fino alle raffinerie in Texas. Come combustibile co-prodotto in Canada esso potrebbe ricevere un lasciapassare gratuito verso l’Europa, nonostante il carburante estratto dalle sabbie bituminose provochi emissioni di gas serra molto più elevate durante la produzione. Ricorderanno infatti tutti i progressisti affezionati all’ambiente quanto chi scrive che la direttiva europea sulla qualità dei carburanti è già stata indebolita, anche a seguito della pressante azione delle lobby canadesi, equiparando i combustibili provenienti da sabbie bituminose nella stessa categoria dei combustibili fossili tradizionali.

Quando sollevammo, come molte organizzazioni ambientaliste al di qua e al di là dell’Atlantico, molte obiezioni scientifiche e politiche all’indebolimento della direttiva, aggiungendo preoccupazioni per il progetto Keystone XL[v], i progressisti-modernisti ci diedero degli allarmisti. Con Trump e Trudeau saldamente in cordialità, tutte le nostre preoccupazioni ci sembrano più che mai lungimiranti e motivate. Fermiamo il CETA, e i progressisti a corrente alternata.

[i] http://www.eppgroup.eu/video/EU-Canada-trade-pact-CETA-a-step-closer?usebuid=9505

[ii] http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2008/october/tradoc_141032.pdf

[iii] http://www.ase.tufts.edu/gdae/Pubs/wp/16-03CETA.pdf

[iv] http://www.cbc.ca/news/politics/trudeau-cabinet-keystone-xl-1.3949754

[v] https://canadians.org/sites/default/files/publications/report-tar-sands-1115.pdf

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Pubblicato il 27 gennaio 2017 su Blog. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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