Perché io voterei contro il CETA

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L’europarlamentare del gruppo socialdemocratico JudeKirton-Darling ha pubblicato un articolo con cui suggerisce ai membri del proprio gruppo di votare contro il CETA. Ne riportiamo una versione tradotta (qui l’originale).

I bambini sono una benedizione, ma non arrivano sempre al momento ideale. Nell’ultimo anno sono stata pesantemente coinvolta non solo nella mia gravidanza – terminata questo mese con la nascita di un bel maschietto – ma anche nel seguire la nascita di un nuovo accordo commerciale tra l’Unione Europea ed il Canada.

In quanto neo-mamma preoccupata, temo che la prima parola del piccolo Nathan potrebbe essere “CETA”, tanto questa sigla è stata pronunciata attorno a lui mentre lo portavo in grembo. In quanto politico, non posso che essere frustrate dal fatto che la mia maternità comporti che io non potrò essere presente all’importante votazione sul CETA che la Commissione Commercio del Parlamento Europeo voterà martedì prossimo [oggi ndr].

Ciò non impedisce comunque che io renda nota la mia posizione. Se potessi, io voterei contro il CETA.

Prima di affrontare le ragioni che motivano la mia posizione, non posso fare a meno di riconoscere la presenza di un elefante nella stanza. Io rappresento il Nord-Est dell’Inghilterra al Parlamento Europeo, e la Brexit certamente aggiunge un livello di complessità ad un accordo già molto complesso di per sé. Ma se non altro, la Brexit aggiunge importanza al voto sul CETA per il Regno Unito. I laburisti vogliono mantenere le relazioni più strette possibili con l’Unione, e ciò, in particolare, implica restare parte degli attuali accordi commerciali. Ma se noi dovessimo finire per restare fuori dalle politiche commerciali comuni europee, come sembra volere Theresa May, il CETA potrebbe ben rappresentare il modello per un futuro accordo commerciale UE-UK e costituire il più avanzato accordo commerciale europeo mai negoziato fino ad oggi. In tali circostanze, sarebbe fondamentale che ci fosse la massima chiarezza su cosa sia il caso di accettare e cosa no. In entrambi i casi, il CETA è quindi di estrema rilevanza per il Regno Unito.

Si presume che gli accordi commerciali riguardino la crescita, il lavoro e lo sviluppo, ma non è il caso del CETA. Nessuno, nemmeno i più strenui difensori del trattato, sostiene che esso porterà guadagni significativi in questo campo. La Commissione Europea, che ha portato avanti le negoziazioni del trattato in base al mandato ricevuto da tutti i ministri del commercio europei, incluso quello britannico, ha concluso che il CETA potrà generare miglioramenti molto modesti sul piano della crescita: solo tra lo 0,03% e lo 0,08% del PIL europeo nei prossimi dieci anni.

Queste previsioni non tengono conto della distribuzione di questi minuscoli vantaggi. Sappiamo dall’esperienza che gli accordi commerciali possono avere un impatto negativo su alcuni settori economici o su alcune fasce della popolazione persino quando il risultato complessivo è positivo per l’economia nel suo insieme. Con il CETA, i vantaggi sarebbero concentrati su specifici settori industriali per i quali le barriere commerciali rimangono elevate: alcoolici, formaggi, macchinari. In questo gioco a somma zero, bisogna aspettarsi che altri settori perdano quello che alcuni guadagnano.

La reale motivazione che spinge alla stipula del CETA non riguarda l’accelerazione degli scambi commerciali come volano per una maggiore crescita economica. Il vero obiettivo è quello di stabilire degli standard a livello globale. Gli eurodeputati laburisti, che ho guidato in questo negoziato, si sono focalizzati su tre aree: servizi pubblici, lavoro e standard ambientali, protezione degli investimenti.

Il CETA è il primo accordo europeo negoziato in base ad una lista negativa dei servizi. Vuol dire che qualunque cosa non sia esplicitamente esclusa si considera inclusa nel trattato (al contrario di quanto avviene nel caso di un elenco di servizi tassativamente elencati come inclusi, dove quanto non esplicitamente elencato viene considerato escluso dal trattato). Si tratta di un metodo molto delicato, e contro il quale i socialdemocratici europei si sono sempre battuti, perché estremamente rischioso: se i servizi pubblici non sono esplicitamente esclusi in modo del tutto inoppugnabile, allora si possono verificare ogni sorta di possibili conseguenze non desiderate – tra cui l’impossibilità di rinazionalizzare dei servizi pubblici una volta che siano stati oggetto di privatizzazione.
Nel CETA è presente una vasta esenzione di servizi pubblici, ma è soggetta a specifiche scelte dei singoli stati membri. Il governo britannico ha lasciato ben poco sul tavolo: ambulanze, sanità privata, case di cura. Altri stati membri si sono protetti in maniera migliore. Ad esempio, paesi che sostengono gli accordi di libero scambio come la Finlandia, la Germania o la Repubblica Ceca, hanno introdotto ampie esenzioni che coprono in modo molto vasto tutto il settore della sanità pubblica e privata, i servizi sociali, l’istruzione.
Dopo anni di mobilitazione da parte di utenti, fornitori e lavoratori dei servizi pubblici, i negoziatori del CETA hanno finalmente riconosciuto che questo era un problema, e hanno adottato una dichiarazione da inserire come allegato al trattato. Questa dichiarazione aggiunge un minimo di chiarezza, ma ci sono ancora forti preoccupazioni su come le norme a protezione degli investimenti opererebbero nell’ambito degli appalti pubblici, o su come certi criteri di qualità come il dimensionamento minimo degli organici degli appaltatori potrebbero essere fatti rispettare con questo trattato. Chi si batte per il nostro servizio sanitario nazionale, insieme ad altri che sostengono i nostri servizi pubblici, rimane comunque complessivamente contrario al CETA. Io penso che essi sostengano un punto del tutto valido: quando si parla dei nostri servizi pubblici, non possiamo permetterci di correre alcun rischio, per quanto piccolo esso possa essere.

Quanto al lavoro e all’ambiente, posso solo rammaricarmi del fatto che il CETA sia una grande occasione persa. Molte importanti disposizioni dell’accordo che dovrebbero essere funzionali a raggiungere progressi concreti sono state formulate in modo tale da renderle poco più che un libro dei sogni. L’unica possibilità di ricorso per lavoratori, sindacati, ONG, nel caso di violazione di norme a tutela del lavoro o dell’ambiente, è rappresentata da comitati di consultazione virtualmente irrilevanti, senza alcuna previsione di sanzioni. Anche in questo caso, questo insuccesso è stato riconosciuto in qualche modo dai negoziatori nella dichiarazione di cui parlavo prima. Essi si sono impegnati a migliorare l’efficacia di alcune misure, ma in modo generico e senza che sia fornito alcun dettaglio sul modo in cui si pensa di farlo. Ci viene chiesto, insomma, di accettare qualcosa che non è ancora stato oggetto di negoziazione.
E’ vero che ci sono stati alcuni progressi. Sotto la pressione dei movimenti per il lavoro in Europa ed in Canada, e grazie anche al risultato delle ultime elezioni generali canadesi, il nuovo governo canadese ha ratificato importanti convenzioni internazionali in material di diritti del lavoro, che non erano mai state ratificate fino ad oggi. Ciò è un bene, ma è abbastanza? Se il CETA si pone come definizione di nuovi standard a livello globale, allora quelli che stiamo definendo sono molto deboli. Ed io non credo che ciò sia di grande utilità nel momento in cui dobbiamo provare a convincere nuove economie emergenti come quelle della Cina ad adottare una protezione più forte per i lavoratori o l’ambiente.
Infine, ma non meno importante, il meccanismo di protezione degli investimenti è senza dubbio la questione politica di maggiore criticità nel CETA. Una prima versione di questo modello di accordo è stata oggetto di una pubblica consultazione organizzata dalla Commissione Europea. Si tratta delle cosiddette clausole ISDS (Investor-State Dispute Settlement). Centocinquantamila persone hanno partecipato alla consultazione – stabilendo un record nella storia di questo tipo di consultazioni – ed il 97% di loro ha rigettato la proposta iniziale del CETA che consisteva nella definizione di un sistema parallelo di giustizia basata su arbitrati commerciali azionabili dalle multinazionali. Nelle successive fasi della negoziazione, il testo del trattato è stato modificato al fine di rendere i lavori delle commissioni arbitrali più trasparenti, per stabilire alcune regole sulle modalità di scelta dei singoli arbitri, e per impegnarsi a creare un meccanismo di appello. Questo nuovo meccanismo è stato chiamato ICS (Investment Court System). Sostanzialmente, si tratta ancora di un sistema separato di giustizia a disposizione delle multinazionali. Esso continua a garantire maggiori diritti a favore degli investitori stranieri nei confronti delle controparti di un determinato paese. Diritti estremamente controversi a favore degli investitori già previsti nella prima formulazione continuano ad essere garantiti anche nella nuova proposta, come le clausole sul “corretto ed equo trattamento” e la protezione contro quelle che, in modo molto approssimativo, sono definite come “espropri indiretti”. Addirittura, l’ICS introduce nuovi potenziali problemi, come la nozione delle “legittime aspettative” dell’investitore.
I governi di Belgio, Slovenia e Polonia hanno condizionato la loro approvazione del CETA ad ulteriori modifiche delle clausole ICS. Il Belgio, in realtà, ha esplicitamente dichiarato che metterà il proprio veto alla approvazione se le clausole ICS non saranno modificate.

Nel 2015, il Parlamento Europeo aveva adottato una risoluzione con cui delineava la propria visione in merito alla riforma delle norme a protezione degli investimenti. Tale visione era già stata considerata fin troppo spinta da quegli eurodeputati laburisti che avevano contro la risoluzione schierandosi in completa opposizione a qualunque ipotesi in cui gli investitori stranieri potessero godere di diritti maggiori rispetto a quelli “domestici”. Ma le clausole ICS del CETA non rispettano nemmeno quei criteri minimi stabiliti dalla risoluzione del Parlamento Europeo. E le preoccupazioni in materia non si fermano al CETA, perché la Commissione vede nell’ICS il modello per tutti i futuri trattati commerciali europei, compreso, con tutta probabilità, anche il possibile futuro accordo tra Unione Europea e Regno Unito.

Messi di fronte a tutte queste serie preoccupazioni, alcuni sostenitori del CETA hanno spostato il piano su considerazioni di natura geopolitica. Tra l’incudine e il martello di un aggressivo governo cinese da un lato, e da una nuova America guidata da Trump che minaccia di spostare indietro l’orologio della storia della cooperazione transatlantica, l’Europa non avrebbe altra scelta che cercare nuove alleanze. Alcuni addirittura sostengono che il fallimento del processo di ratifica del CETA potrebbe essere l’ultimo chiodo sulla bara della politica commerciale europea, dopo il collasso dei negoziati sul TTIP. Io non penso che sotto questo aspetto ci sia un tale rischio. Ci sono molti altri accordi commerciali in corso di negoziazione. Inoltre, le relazioni tra Europa e Canada sono già forti, e non hanno necessità di un nuovo accordo commerciale per prosperare. Il voto del referendum sulla Brexit è stato fondamentalmente una reazione contro le ingiustizie della globalizzazione, e la nostra risposta a quel voto non può consistere ancora in un nuovo ingiusto accordo commerciale.

In conclusione, io penso che noi non dovremmo sostenere un accordo commerciale se esso è un cattivo accordo. Il CETA mette a rischio i servizi pubblici, indebolisce il nostro sistema giudiziario e non è un buon accordo per i lavoratori e per l’ambiente. Per questi motivi avrei votato contro se potessi essere presente al voto, e invito fortemente chi potrà farlo a rigettare il CETA.

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Pubblicato il 24 gennaio 2017, in Blog con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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