TTIP. Tutti i pressapochismi dell’Istituto Bruno Leoni

Mancava una posizione chiara dell’Istituto Bruno Leoni, noto think-tank italiano di ispirazione liberista, sull’affaire TTIP.
E’ stato Giacomo Lev Mannheimer, Fellow dell’Istituto, a pubblicare il 17 marzo scorso un numero specifico dell’IBL Focus sul Trattato transatlantico. Il titolo? “Tutti i complottismi sul TTIP“. Più che un documento di analisi un pamphlet contro gli oppositori e i critici.
Che, però, analizzando una per una le questioni a partire da documenti ufficiali (non prodotti da organizzazioni della società civile, e quindi per l’Istituto Bruno Leoni “di parte”), rischia di peccare di superficialità. Un’occasione persa per alzare seriamente il livello del discorso che, parafrasando lo stesso Giacomo Lev Mannheimer, “meriterebbe maggiore serietà”.
Scorriamole velocemente.

Critica n. 1: le negoziazioni del TTIP sono state condotte segretamente e in modo antidemocratico.
Secondo IBL questa posizione è figlia del complottismo e di media che, in modo più o meno inconsapevole, avrebbero alimentato un clima da “thriller” lontano dai dati di realtà.
Per supportare la propria posizione, IBL pubblica i link di una serie di documenti della Commissione europea pubblicati recentemente, a dimostrazione dell’inconsistenza della critiche.
Quello che però evita di fare è dare un’informazione completa che, al contrario, conferma il deficit democratico e di trasparenza.
Bastano poche righe e pochi riferimenti per riportare la questione ai dati di realtà:


Verbale del Consiglio europeo del 24 ottobre 2015, documento 14637/14, a pagina 2, punto 9 (Challenges), “The Commission and delegations agreed that despite the communication efforts made, an information deficit remains.” A pagina 3, punto 10 (Perspectives) “Institutions should look into ways to further increase transparency by e.g. producing factsheets and infographics, developing the dedicated website, engaging in seminar and conferences, enhance the outreach through social media, and in particular by exchanges of views and public consultations between EU and US negotiators and stakeholders”.
Una preoccupazione, quella sulla trasparenza, espressa anche all’interno dell’Advisory Group sul TTIP del DG Trade come da verbale del 28 ottobre.
Nonostante il gran parlare, c’è voluto l’intervento dell’Ombudsman europeo nel novembre 2014 per spingere la Commissione europea a pubblicare i primi testi di posizionamento nel gennaio 2015. Un passo avanti, ma che non contempla, per ora, né il superamento della reading room (chiesto da tutti i membri dell’Advisory Group come da verbale) né la pubblicazione dei testi negoziali aggiornati.
Al punto che lo stesso Ombudsman europeo nel comunicato stampa 6/2015 (Ombudsman commends Commission for progress on transparency in TTIP negotiations) inviato il 23 marzo 2015 pur riconoscendo i passi avanti compiuti dalla Commissione europea, chiede di fare di più evitando appelli alla privacy dei dati, che rischiano di essere interpretati come alibi (“In the Ombudsman’s view, data protection should not be used as an automatic obstacle to public scrutiny of lobbying activities in the context of TTIP. It is possible to deal with data protection concerns by informing participants when they are invited to meetings of the intention to disclose their names. This should be done in the public interest”).

Critica n. 2: il TTIP comporterà la privatizzazione dei servizi pubblici
Secondo l’IBL “Il timore che il TTIP possa spalancare le porte alla privatizzazione dei servizi pubblici, a partire dalla sanità, è stato paventato da più parti. Ciononostante, il commissario europeo per il commercio ha ribadito di recente che il TTIP non prevede alcuna disposizione
vincolante riguardante i servizi pubblici (e tantomeno la loro presunta “privatizzazione”, riportata da esponenti politici e importanti periodici), la cui gestione resta saldamente in capo ai singoli Stati nazionali”.
Aldilà del sostegno (evidente) alle posizioni dell Commissione europea e del Governo italiano, il focus di IBL non evidenzia alcuni aspetti di sostanza sulla questione servizi pubblici.
Il mandato negoziale non impone la privatizzazione dei servizi, ma non la esclude, lasciando al contrario aperti molti spiragli. Vale la pena di ricordare ancora una volta che gli unici servizi realmente esclusi sono quelli audiovisivi, perchè chiaramente esplicitati nel mandato. Per il resto si fa riferimento alla clausola di salvaguardia della Governamental authority, già presente nel negoziato GATS alla WTO, che identifica condizioni tanto stringenti da non essere di fatto utilizzabili per tutelare la messa sul mercato dei servizi come quelli educativi o sanitari.
Il fatto che si lasci libertà ai singoli Governi non esclude il rischio di privatizzazioni e, tra l’altro, evita la necessità dell’unanimità nel voto finale di ratifica del Consiglio europeo.
Quanto in verità i servizi pubblici siano oggetto di negoziato TTIP (aldilà del processo TiSA che viene portato avanti parallelamente e al contrario di ciò che è stato sempre dichiarato dal Governo italiano) è stato reso pubblico dal recente leaked della BBC.
In più la possibile presenza di due clausole specifiche come la ratchet e la standstill, rischiano ancor più di svuotare lo spazio politico dei Governi. Basti pensare alle clausole «standstill» (impegno a non adottare nella legislazione nazionale misure più restrittive rispetto a quelle adottate nell’accordo) e «ratchet» (impegno a non applicare nuove discriminazioni nella legislazione nazionale, a meno che una parte abbia formulato delle riserve specifiche nella sua lista di impegni). Clausole che nei fatti restringono lo spazio di azione degli Stati, come ad esempio la possibilità di future rinazionalizzazioni dei servizi privatizzati. Un rischio paventato anche dalla risoluzione Lange in preparazione per il Parlamento europeo.

Critica n. 3: le controversie relative al TTIP saranno decise da arbitri “privati” e non dai giudici nazionali
Anche l’IBL nota alcune criticità nel suo inserimento all’interno del TTIP, ma la ritiene accettabile considerati i suoi effetti sugli aspetti geopolitici con la Cina, per eventuali futuri accordi, e perchè comunque avrebbe implicazioni limitate proprio perchè riguarderebbe solo la questione investimenti. Quello che non chiarisce è che gli elementi di criticità del negoziato ISDS riguardano proprio la chiarezza dei termini “investimento” e “investitore”, che ad oggi sono passibili di interpretazioni troppo ampie che consentirebbero un utilizzo dell’ISDS anche al di fuori dei suoi limiti di intervento. Così come c’è poca chiarezza sul significato di esproprio indiretto.
La stessa UNCITRAL, l’agenzia ONU sulla risoluzione delle controversie sugli investimenti, sottolinea come dal 2011 stiano crescendo ricorsi contro politiche legate alla tutela degli interessi collettivi (come la sanità pubblica, la tutela ambientale o i diritti del lavoro).
Non è stato ancora definito un elenco chiaro, trasparente e basato su regole definite che evitino conflitti di interessi degli esperti di diritto commerciale e internazionale da cui attingere per la composizione dei panel.

Critica n. 4: il TTIP diminuirà la sicurezza agroalimentare e ambientale europea
L’IBL concentra la sua riflessione sulla sicurezza alimentare, ma non considera per nulla gli impatti economici potenziali: un aumento maggiore dell’import rispetto all’export (fino a un +118%), come evidenziato dallo stesso Parlamento europeo, con conseguente ribaltamento dell’attuale situazione che vede un surplus europeo nello scambio transatlantico.
Un effetto di trade diversion che secondo alcune pubblicazioni diminuirebbe esponenzialmente gli scambi intraeuropei a vantaggio dello scambio transatlantico (nonostante molti produttori anche italiani siano più interessati a mantenere il mercato europeo, guardando all’extraUE come un “in più”).
Una politica di tutela delle IG che in verità rischia di ritorcersi contro gli stessi negoziatori, considerato che delle oltre 1200 IG riconosciute dal regolamento europeo solo 171 sono state inserite nel CETA, l’accordo di libero scambio con il Canada, una quarantina delle quali solo italiane (su 251 riconosciute dal MIPAAF). Se si pensa che i formaggi riconosciuti IG sono una cinquantina su 500 tipicità italiane, ci si rende conto del rischio di buttare fuori mercato un patrimonio culturale e culinario avendo come concambio una maggiore tutela dei marchi più forti. Che, comunque, non esclude la compresenza di prodotti “italian sounding” a più basso costo (sebbene più riconoscibili come imitazioni).
Il mandato negoziale, peraltro, non esclude la possibilità di importare Ogm, a maggior ragione a trattato ratificato e con il Regulatory Cooperation Council in piena attività, considerato che il principio di precauzione non è esplicitato e che i altri documenti (CETA compreso) si parla di “science bsed approach”, lo stesso usato dall’agrobusiness americano e dalla FDA nella gestione dei prodotti OGM.

Critica n. 5: il TTIP costituirà un danno per la sostenibilità ambientale del pianeta
Secondo l’IBL “gli effetti del TTIP sul clima potrebbero essere tutt’altro che negativi. Lo snellimento della burocrazia potrebbe avere l’effetto di abbassare il prezzo del gas naturale americano importato dall’Europa, rendendolo più competitivo (anche rispetto ad altre fonti di approvvigionamento, primo fra tutti il carbone, con effetti quindi positivi per il clima). E senza che questo fenomeno abbia il seppur minimo impatto sulla domanda di energie rinnovabili, la cui quota di mercato è garantita in tutta Europa da sussidi, obiettivi di riduzione di CO2 e obblighi normativi e, pertanto, esente da rischi di mercato”.
Purtroppo l’IBL non tiene conto di alcuni aspetti.
Intanto che c’è poco da abbassare nel prezzo del gas americano importato, perchè in verità non esiste alcuna esportazione di gas naturale statunitense verso il vecchio continente. Non esistono ancora le infrastrutture adeguate per farlo e, di fatto, l’Amministrazione USA non ha ancora deciso una politica di esportazione del gas naturale, soprattutto quello estratto da fracking. Le imprese statunitensi che intendono esportare nei Paesi non-FTA devono rivolgersi a due organi di governo, il Dipartimento dell’Energia (DoE) e la Commissione federale dell’energia Regulatory (FERC), che, in un costoso e dispendioso processo devono valutare se le esportazioni sono in linea con gli interessi nazionali. Se il TTIP fosse firmato, le imprese europee otterrebbero lo status di FTA, e quindi sarebbe data una quasi automatica approvazione alle importazioni di GNL, evitando così la procedura di approvazione lunga.
Basterebbe guardare le statistiche degli ultimi 10 anni dalle pagine dell’UE per capire cosa importiamo dagli Stati Uniti, e cioè soprattutto carbone, messo fuori mercato dall’esplosione del fracking gas nel mercato interno e quindi destinato all’esportazione, Questo ha determinato, nei fatti, un eccesso di offerta, un abbassamento del prezzo sui mercati internazionali e una ripresa del consumo di carbone, altamente inquinante, nel vecchio continente.
Il TTIP, peraltro, non porterà alcun valore aggiunto alla sicurezza energetica, come ben evidenziato da un rapporto specifico del Parlamento europeo. Anche perché va considerata la crescente domanda di gas naturale nelle economie emergenti della regione Asia-Pacifico dove i prezzi sono significativamente superiori che in Europa, rendendoli obiettivi più interessanti
Al  contrario il TTIP, e il CETA, ancora in fase negoziale hanno avuto la conseguenza di indebolire alcune normative europee come la Fuel Quality Directive (FQD), che avrebbe avuto l’obiettivo di diversificare i carburanti sulla base del loro contenuto in carbonio, disincentivando l’importazione dei prodotti provenienti da combustibili fossili estratti in modo non convenzionale (vedi le sabbie bituminose o lo stesso fracking). Un rischio che grazie alle pressioni della società civile potrebbe essere evitato, come emerge da un recente articolo del Guardian ma che non protegge l’Unione europea da possibili ritorsioni commerciali da parte del Canada, come più volte minacciato.
Quanto poi gli obblighi normativi potranno tutelare le politiche di lotta al cambiamento climatico è tutto da dimostrare, soprattutto se verrà applicata la clausola ISDS per la tutela degli investimenti.

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Pubblicato il 23 marzo 2015 su Blog. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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